L’ANALISI INTRALINGUISTICA  DELL’ODE  CARPE DIEM E I PROBLEMI TEORICI  DELLA TRADUZIONE POETICA

1.L’analisi dell’ode oraziana, conosciuta per la famosa massima “carpe diem”, mi è stata sollecitata dall’amico Alberto Caramella, poeta, che apprezza la mia teoria intralinguistica. Egli era curioso di vedere un confronto, attuato con il mio metodo, tra il testo originario e la traduzione da lui fatta, che lo aveva in questi anni a più riprese impegnato nello sforzo di restituire, nella nostra lingua, la celebre ode: la traduzione è posta come exergo della sua ultima raccolta poetica. Qual era l’ipotesi di Caramella? Che, se la teoria intralinguistica è corretta, il confronto tra le strutture intralinguistiche del testo e quelle della sua traduzione avrebbe chiarito come il traduttore cerca di riprodurre la struttura originaria, e i limiti stessi della corrispondenza attuabile in una lingua diversa da quella di partenza. Caramella non era contento delle numerose traduzioni già date da altri dell’ode, né era convinto lui stesso di aver fornito la traduzione ideale. Cosa avrei scoperto io, perciò, con il mio metodo, se avessi studiato l’ode e la sua traduzione? Come si vedrà tra poco, per risolvere questo quesito ho dovuto esplorare non solo l’ode e la traduzione fatta da Caramella, ma anche altre traduzioni (tra cui quella di Carducci, Pascoli, Fortini). Avrei potuto, forse, allargare ulteriormente l’indagine ad altre traduzioni, ma credo che quanto trovato possa già chiarire i problemi essenziali della difficile traducibilità di un testo poetico e, di riflesso, i pregi e i limiti del metodo intralinguistico nell’analisi della poesia.

 

2.Consideriamo dapprima l’ode oraziana. Ciò che colpisce subito è proprio l’evidenza di un nucleo intralinguistico gravitante su “diem”, rilevabile in molti modi. Innanzitutto osserviamo il diagramma delle densità anagrammatiche, che dà subito una visione intuitiva delle parole maggiormente impegnate da legami combinatori.

 Oltre al primo verso, sicuri nodi di densità sono “liques”, “fugerit invida”,  “carpe diem quam”, “postero”. Questo criterio, generico (utile però per successivi rapidi confronti), può poi essere esteso ai reali flussi anagrammatici: è in questo modo che si può subito constatare l’evidente importanza di “diem”. Si considerino, ad esempio, i sistemi globali di rango ³ 3, poi di rango ³ 4,  e infine di rango ³ 5: subito si può osservare come, al crescere del rango (e quindi al diminuire del sistema degli anagrammi), il sistema si riduce, ma accentuando un’evidente convergenza su “diem quam”: nel sistema R ³ 3 essa è anche estesa a sinistra, e copre il sintagma “carpe diem quam”.

 

 Il nucleo principale interessa perciò certamente il “carpe diem” assurto, nella memoria collettiva, come massima di vita, e già questa corrispondenza, tra convergenza intralinguistica, e memoria culturale, segnala la presumibile efficacia del nodo anagrammatico: ciò che confluisce con tanta forza anagrammatica nel testo è, evidentemente, anche ciò che permane, con una sua capacità di sopravvivenza, come segmento esemplare del testo, divenuto per questo patrimonio collettivo.

Ma quale preciso significato strutturale ha, nel testo, questo nodo? Per comprenderlo esploriamo l’intero sistema confluente su “diem”. Questo sistema ci spiega (soprattutto se messo poi a confronto con le traduzioni) la particolare efficacia della rete semantica che dal testo vi si addensa.

 Consideriamo infatti le parole che danno luogo al flusso “quem (mihi) quem ... finem di dederint ... (quidquid erit pati) ... hiemes ... ultimam quae”: esse formano una breve frase, che potremmo ritradurre in questo modo: “...quella fine che gli dei hanno dato, l’inverno ultimo che...”. Qual è il suo significato, se la riferiamo alla sua confluenza su “oggi”? Essa riassume la contrapposizione principale tra la fine assegnata, simbolizzata come ultimo inverno, e l’ “oggi” che il poeta invita a prendere. I due verbi dederint-carpe definiscono due importanti significati della contrapposizione: gli dei hanno dato la fine, l’uomo prende il giorno, e con ciò rimane padrone, comunque, della propria vita;  l’uomo, inoltre, prende ogni giorno come ultimo, e in questo modo vive intensamente la vita limitata assegnata dagli dei. Nella confluenza, “diem” accoglie, come vediamo, il tema certamente principale dell’ode, l’ineluttabilità della fine, ma piegata alla volontà di vivere.

Ciò che appare particolarmente interessante (e convincente) nel testo è l’unitarietà strutturale di altri processi dallo stesso significato tematico. Il più semplice riguarda proprio Leuconoe, cui l’ode è indirizzata, e il suo legame con il sistema generativo iniziale. Leuconoe significa “candida mente”; l’evocazione di un biancore certamente è adeguata al “giorno”, ma ben più interessante è il suo significato intralinguistico, molto preciso: da Leuconoe, infatti, dipende un solo anagramma, che rinvia a “nunc”, e quindi all’avverbio “ora, adesso”.

Leuconoe, dunque, è una personificazione, dal punto di vista intralinguistico, del tempo, e proprio nel significato di tempo “presente”, quale la confluenza su “oggi” riorganizza nella conclusione, contrapponendosi alla fine ultima della vita. Questa tensione ideativa sul “tempo presente” appare dominante anche per un terzo processo, poiché proprio il primo anagramma del testo (uno dei tre maggiori) confluisce anch’esso su “nunc”. L’inizio del testo, dunque, è volto direttamente al “nunc”, così come Leuconoe rinvia con precisione al “nunc”: ciò dimostra bene come la confluenza finale su “diem”, che ha come soggetto Leuconoe, riassuma proprio questo tema, l’ “adesso-oggi” dominante in più modi nel testo.

Nel testo, infine, si ha un altro processo significativo. Come si può vedere dal diagramma di densità, anche la confluenza finale su “postero” appare ricca, e quindi nell’evidente aspetto di un generatore terminale. Vediamone dapprima il significato semantico, quale è ricostruibile dal suo flusso:

 Il flusso di “postero” raccoglie sei anagrammi, di cui i primi due rinviano a “babylonios temptaris numeros”, il “presagio sul futuro” che il poeta invita a non esplorare, e quindi il referente testuale più preciso di  “postero” nel suo legame con “credula”. Il futuro inconoscibile di “postero” rinvia anche a “Iuppiter” e a “oppositis...mare tyrrenum”, cioè al dio che può assegnare l’ultimo inverno, simbolizzato nel frangersi del mare sugli scogli. Allo spazio sterminato del mare, se ci si attiene a questo legame, si contrappone allora l’ultimo anagramma, su “liques et spatio brevi”, che ribadisce per contrasto la brevità del futuro; e al frangersi del mare si contrappone l’altra liquidità, la preparazione domestica del vino.

Gli ultimi quattro anagrammi indicano un campo semantico più ampio dei primi due, quindi meno preciso, e perciò tipicamente interpretativo (soprattutto per l’ultimo anagramma): è  perciò interessante vedere, in realtà, quale nascosta precisione strutturale organizzi il flusso. Se si osservano i sei anagrammi, si può constatare che essi sono, i primi quattro, identici, mentre gli altri due sono inversi:

 

                         OSTE-OSTE         (pOSTEro   ®   babyloniOS TEmparis)

                         ERO-ERO              (postERO    ®   numEROs)

                         TER-TER               (posTERo   ®    iuppiTER)

                         POS-POS               (POStero     ®   opPOSitis)           

                         TER-RET               (posTERo   ®    maRE Tirrenum)

                         STE-ETS               (poSTEro   ®    ET Spatio)

 

Questa caratteristica semplice (e improbabile) del flusso riguarda il significato stesso della rima. La rima, infatti, è il tipico anagramma identico che, proprio per la maggior riconoscibilità acustica di una sequenza ripetuta, diventa il processo combinatorio privilegiato nella struttura del testo poetico, posto nel maggior risalto possibile, a fine-verso. “Postero” è, da questo punto di vista, il fulcro di un processo analogo, poiché raccoglie quattro identità interpretabili come rime (oste-oste; ero-ero; ter-ter; pos-pos) e due anagrammi interpretabili come rime inverse (ter-ret; ste-ets): ciò non avviene, come nella rima tradizionale, tra sole parole a fine-verso, ma in una posizione terminale ugualmente privilegiata, l’ultima parola del testo, che opera in questo caso come una “rima multipla”.

Questa evidenza strutturale mostra bene, anche, come si forma nella mente del poeta un generatore inverso: la confluenza del flusso, che noi interpretiamo come chiusura testuale, è in realtà organizzata anticipatamente, durante il processo ideativo, da “postero”, che seleziona dal lessico le parole che includono ripetizioni semplici delle sue lettere. Poichè la rima facilita vincoli tra le parole, ciò spiega, soprattutto, il particolare tipo di ripetizioni: Orazio pone “postero” come conclusione non solo per chiudere il testo nel riferimento al futuro, ma per dare maggior risalto al suo flusso, organizzato da sequenze regolari a somiglianza della rima. La tensione ordinata che preorganizza il flusso è, in questo caso, la garanzia stessa che esso abbia un reale significato semantico: se il poeta seleziona questi legami dal sistema lessicale con tanta perizia, evidentemente li predispone anche in funzione del sistema semantico, e del significato che la rete anagrammatica vi ricostruisce.

3.Come si vede, l’ode oraziana presenta ben quattro sistemi riconducibili a funzioni importanti della generatività anagrammatica: un chiaro nodo semantico nell’ultimo verso, “carpe diem”; un generatore dipendente dall’esordio, che col primo anagramma sostiene la confluenza su “nunc”, tematicamente connesso con “diem”; la simbolizzazione del destinatario del testo, Leuconoe, il cui riferimento anagrammatico è “nunc”, che rinvia ancora al nodo “diem”; un generatore inverso, “postero”, esattamente nella fine del testo. Questi quattro processi mostrano bene come la concettualizzazione del testo graviti sulla sequenza nunc-diem-postero: poiché “diem” ha come vertice “finem”, l’unità tematica temporale finem-nunc-diem-postero riassume la straordinaria coerenza del tessuto anagrammatico che Orazio è in grado di affidare ai nodi fondamentali del testo, e che il “carpe diem” a sua volta sintetizza radicandosi nella memoria collettiva.

 È anche il resto dell’ode altrettanto precisa nel tessuto anagrammatico? Dal diagramma di densità appaiono sicuri nodi “liques” e “fugerit”, e certamente essi suggeriscono relazioni testuali (come poi mostrerò alla fine) che possono essere interpretate in attinenza ai sistemi metaforici dell’ode. Il problema è però più ampio, quale sia cioè la reale potenzialità interpretativa che è possibile attingere da un sistema di anagrammi senza incorrere nel rischio di una inesauribilità del sistema metaforico: dal punto di vista pratico ciò consiste nel poter definire i limiti che è opportuno non superare nell’accertamento anagrammatico.

 La risposta che in genere do a questo problema riguarda il tipo di precisione anagrammatica suggerita dal testo: quando, come nel caso appena visto, vengono soddisfatti i criteri strutturali-semantici principali (nodi iniziali e terminali, ecc.), si può allora ragionevolmente presumere che la tensione articolatoria anagrammatica tenda ad essere precisa anche nel resto del testo. Ciò però, in realtà, non è sempre vero, perché - come in una sorta di sistema elastico - le tensioni articolatorie non sono mai equidistribuite, avendo come scopo una sovradeterminazione semantica di tipo gerarchico, che privilegia alcuni sistemi piuttosto che altri: la precisione anagrammatica appare sempre, da questo punto di vista, una funzione dell’intenzionalità semantica e metaforica, un processo cioè tendenzialmente rivolto al nucleo principale dell’ideazione. La mente poetica può isolare, per privilegiarlo meglio, questo nucleo, o distribuirlo in diversi nuclei, e può anche estendere il nucleo all’intero testo (ciò è, presumibilmente, l’aspirazione originaria del poeta): la varietà possibile, perciò, di questo processo rende difficile la definizione di un limite al tipo di coordinamento anagrammatico attuabile da un poeta.

Qual è, dunque, il criterio migliore per decidere se un sistema anagrammatico è realmente interpretabile come intenzionale? Esso consiste nel tipo di sensibilità che si forma a contatto stesso delle grandi diversità possibili dei flussi anagrammatici, ciò che permette di cogliere sia la precisione sia l’arbitrarietà semantica. Ciò che può dunque aiutare il lettore, ora, a comprendere meglio in cosa consista la reale precisione di un testo poetico, e le molteplici funzioni strutturali che concorrono a renderlo fruibile, è proprio il confronto che possiamo fare con alcune traduzioni dell’ode. Dopo questo confronto sarà più semplice valutare i significati intralinguistici degli altri nodi dell’ode oraziana.

4.Consideriamo il criterio più semplice, la distribuzione di densità anagrammatica del testo, che subito ha messo in evidenza, nell’ode, i principali nodi  gravitanti su “liques”, “fugerit (invida)”, “carpe diem”, “postero”, e mettiamo a confronto questa distribuzione di densità con quelle delle traduzioni di Carducci, Pascoli, Ramous, Cetrangolo, Fortini, Caramella. Scopo di questo confronto è accertare rapidamente se i diversi traduttori hanno saputo riproporre densità equivalenti sulle parole corrispondenti a quelle dei nodi originari, ciò che subito permette di trarre alcune conclusioni. Consideriamo dapprima le traduzioni di Carducci e Pascoli.

La traduzione di Carducci non è in versi, ma in prosa: l’ho suddivisa io, per comodità di scrittura del testo, in segmenti simili a versi, ma secondo un criterio del tutto arbitrario, che però le conferisce un apparente (e ingannevole) aspetto poetico. Certamente la traduzione, che è di tipo letterale, permette di supporre un’assenza di intenzionalità poetica, se non quella eventualmente attratta inconsapevolmente dal contenuto semantico che Carducci doveva, comunque, seguire. È perciò interessante osservare che il maggior nodo si forma proprio su “cogli l’oggi”: gli altri nodi, viceversa, sono praticamente assenti.   La traduzione di Pascoli è mirata soprattutto alla restituzione in versi del metro originario oraziano. Questa particolare attenzione può perciò aver distolto Pascoli dalla restituzione semantica intralinguistica. I nodi di densità sono, infatti, sostanzialmente diversi, anche se la conclusione “L’oggi lo sai, non il domani” appare nella forma, poco rilevante, di un nodo terminale: nella conclusione Pascoli riassume, da questo punto di vista, i due nodi oraziani, “diem” e “postero”.

                    Carducci                                                                    Pascoli

La traduzione di Ramous del “carpe diem” è “godi il presente”,  uguale a quella di Cetrangolo, ma di maggior densità. Isolata nel rilievo del penultimo verso non appare però un nodo di per sé evidente: questo si forma, invece, su “non credere”, mentre l’equivalente di postero, “futuro”, non raccoglie addirittura alcun anagramma. Egli traduce “liques” con “bevi”, che non ha anagrammi, e “fuggito” non ha pressoché rilievo.        

                   Ramous                                                                                       Cetrangolo

 

Cetrangolo, come si vede, traduce “diem” con “presente”, su cui non gravita alcuna densità particolare: il verso finale, però, presenta certamente due forti nuclei, “resto” e “credilo”, interpretabili come generatori terminali, e su questa interessante, ma differente, confluenza poi sarà utile tornare. Egli, inoltre, traduce “liques” con “appronta”, dal debole rilievo, e “fugerit” con “vola”, che non ha anagrammi. La traduzione, già con questo semplice criterio, segnala una sostanziale diversità: evidenzia però, anche, l’attenzione prioritaria posta alla conclusione originaria dell’ode, il “quam minimum credula postero”, che diviene, in questa versione, “il resto appena credilo”.

 La traduzione di Fortini pone problemi diversi e interessanti, essendo una versione molto personale dell’originale. Come si può vedere, essa presenta due evidenti nodi di confluenza, il primo gravitante, nel penultimo verso, su “speranza. Recidila. Ti parlo”, l’altro, che sintetizza i due nodi finali dell’ode, “diem” e “postero”, nella conclusione “ridi al giorno. Altro non c’è”.

 La traduzione di Caramella è a sua volta personale perché modifica l’originario “carpe diem” in “cogli nel giorno il giorno”: questo nodo di confluenza è molto evidente e prioritario nella sua versione, corrispondendo al rilievo di quello dell’ode,  e certamente tra i nodi, nelle altre traduzioni, del “carpe diem” risalta per la sua maggior densità. Gli altri nodi (liques, fugerit, postero) o sono assenti o sono presenti in forma ridotta, ciò che, però, rende particolarmente evidente il rilievo assegnato a questo nodo.

                                                             

                        Fortini                                                                              Caramella

 Insieme a questi rapidi confronti è però importante considerare alcuni effetti di “irraggiamento” dei nuclei originari che appaiono confluire, pur se in modo diverso, nelle traduzioni. Ad esempio, nell’ode “liques” ha come oggetto “vina”, e ciò può spiegare un certo rilievo assegnato a “vino” nelle traduzioni di Ramous e Caramella: in quest’ultimo esso appare come un nodo di confluenza di un certo rilievo. Similmente si ha per “invida” che entra a far parte, nell’ode, del nodo su “fugerit”: “invidioso” in Carducci, e soprattutto “con astio” in Ramous, appaiono accogliere il rilievo che nell’ode ha, originariamente, “fugerit”. Contemporaneamente si hanno, nelle traduzioni, nodi di densità che non corrispondono a nodi di pari importanza nell’originale oraziano: ciò accade, per esempio, per “speranza”, che ha rilievo in Carducci, Ramous, Pascoli, Fortini, o per “scogliere” in Carducci, Ramous.

 Questo quadro generale suggerisce, già da solo, la varietà delle tensioni articolatorie che una traduzione può localmente modificare. I diversi traduttori non individuano, evidentemente, gli stessi nodi oppure, più semplicemente, non possono ricostruirli se non parzialmente nella loro lingua. È, naturalmente, lo studio specifico di alcune reti che ora permette di definire meglio quali problemi essi, affrontando il difficile compito della traduzione, devono risolvere.

 5.1.Le reti utili per lo studio di questi problemi sono, teoricamente, tutte quelle dei nodi dell’ode e delle diverse versioni, ma è sufficiente, per inquadrare rapidamente il significato di queste difficoltà, confrontare il nodo più importante dell’ode, il “carpe diem”, con i suoi equivalenti nelle diverse traduzioni, o con quei nodi che, in alcune versioni, appaiono prenderne il posto per importanza.

 Cominciamo dalla versione in prosa di Carducci, da cui ci si può attendere, essendo non immediatamente volta ad una restituzione poetica, la minor coerenza intralinguistica: osserviamo perciò i flussi confluenti su “cogli l’oggi”e su “dimani”.

Per valutare la pertinenza di questi flussi (e di quelli delle altre versioni) dobbiamo tener presente il campo semantico e simbolico del “tempo”, prioritario nel nodo oraziano, e confrontarne l’eventuale coerenza nel sistema degli anagrammi. Appartengono a questo tema, nel flusso di “cogli l’oggi”, gli anagrammi di “o il tempo....fuggito”, che esprime l’opposizione fuggito-cogli, e quelli di “calcoli babilonesi”, nell’opposizione futuro-oggi. I restanti anagrammi del flusso derivano da “meglio”, “questo che”, “scogliere”,  “taglia”, non pertinenti semanticamente. La confluenza di “cogli l’oggi”, confrontata con la precisione dei riferimenti temporali di “diem” (“finem dederint...hiemes...ultimam”) risulta perciò debole. Si ricorderà che nell’ode il rinvio a “calcoli  babilonesi” riguarda però “postero” e perciò si può subito verificare il flusso che nella traduzione carducciana confluisce su “dimani”: esso, però, non coglie l’importante riferimento dell’ode (si osservi che il sistema degli anagrammi è ian-ani, lid-ldi, dal-ald, iam-ima, privo di ripetizioni identiche), e anch’esso risulta semanticamente debole.

5.2.Consideriamo ora Pascoli, da cui ci si può attendere, ancora, una scarsa coerenza intralinguistica, essendo egli manifestamente interessato alla restituzione della versificazione oraziana. Pascoli, con una certa arbitrarietà, traduce “carpe diem” con “l’oggi lo sai”, un nodo poco denso: osserviamo, perciò, la sua rete, insieme a quella su “domani”.

Come possiamo constatare non sono pertinenti “spoglia” e “scogliere”, mentre il legame “lo sai-lascia (di leggere)” esprime una possibile opposizione tra conoscere (lo sai) e non-conoscere (lascia di leggere).

 È interessante osservare che questo legame non opera, nell’ode oraziana, nel nucleo di “diem”, ma nell’opposizione tra l’esordio  “scire nefas” e il successivo “sapias”, parole che Pascoli non traduce esplicitamente nel testo: egli, perciò, appare far convergere questa struttura oppositiva nella concettualizzazione del “giorno”, trasformando “carpe” nello “scire” dapprima pericoloso. Per Pascoli, secondo questa rete oppositiva, la fine che è nefasto conoscere si trasforma nell’unica conoscenza consentita, il giorno.

Ho presentato in dettaglio questa interpretazione perché essa risulta plausibile nella modificazione globale che la traduzione dà dell’ode, e fornisce, anche, un esempio dell’eventuale trasformazione del campo semantico che un traduttore può privilegiare, pur cercando di conservare quello originario. Come si vede, però, tale struttura non è interamente coerente, accompagnandosi ai due anagrammi, su “scogliere” e “spoglia”, assai diversi nel campo semantico; problemi simili si hanno considerando le confluenze su “domani”, che vincolano ancora il sintagma “lascia di leggere”, ma presentano anche un legame con “verni”, confontabile con quello che nell’ode rinvia da “diem” a “hiemes”.

 

5.3.Si osservi, ora, la traduzione di Ramous, “godi il presente”, che questi isola nel penultimo verso come l’equivalente del “carpe diem”: essa esplicita il  “presente” che “diem”, come si è visto, sottintende nel suo legame con “nunc”.

La rete che dipende da “presente” , peraltro debole, ha alcune significative somiglianze con quella appena vista in Pascoli: essa coglie infatti proprio “non è (lecito)saperlo” e “pensaci”, equivalenti di “scire nefas” e “sapias” sottintesi dal nucleo pascoliano “l’oggi lo sai”: rinvia inoltre anche a “un senso”, formando il campo semantico coerente “saperlo-senso-pensaci”. Il giorno, rispetto a questo campo associativo, è però il “giorno che non sa”, e per questo è vincolato anche alla “speranza” che va troncata, ciò che invita a “Godi il presente” (anche “mentre” e “per il (breve)” servono a delimitare, in questo sistema, ciò che è presente). La rete dipendente da “presente” è, come si vede, potenzialmente coerente, e conferma quella pascoliana: è, però, diversa da quella oraziana, di cui svolge come percorso preferenziale “scire nefas” contrapposto a “sapias”.

Poiché nella traduzione di Ramous il nodo di maggior densità è su “credere” (e nessun anagramma dipende da “futuro”) è interessante osservare brevemente anche questa confluenza, per verificare se verte sul comune campo semantico credere-sapere. Come però si vede, da “credere” dipendono moltissimi anagrammi, e solo alcuni (su “non chiedere”, “indagare”, “credimi” “speranza”) hanno attinenza con quel tema: nel nodo l’ampia confluenza opera come una risonanza essenzialmente combinatoria, che converge sul significante “credere” formando solo una debole coerenza. Sulle proprietà della sola risonanza combinatoria dei nodi, assimilabile a quella allitterativa, ritornerò successivamente, essendo una funzione di rinforzo semantico solo locale

5.4.Consideriamo ora la traduzione di Cetrangolo, che offre molti spunti di riflessione.

 Anch’egli traduce “diem” con “presente”, una confluenza di debole intensità: la rete che ne dipende ha solo alcuni legami con il campo semantico del tempo (“e il tempo”, “buio del domani”). La traduzione ha, peraltro, le sue massime confluenze proprio nella conclusione, su “resto” e “credilo” nella forma assai evidente del generatore terminale. Con “il resto” Cetrangolo traduce l’oraziano “postero”, il flusso meno semanticamente definito dell’ode, ma fatto sequenze ripetute e inverse: le confluenze di “resto” sono semanticamente poco coerenti, ma sono costituite anch’esse di alcune sequenze ripetute (6 sulle 17: eei-eei; est-est; esto-esto; est-est; eil-eil; res-res). Tra queste, due (Leuconoe e i giri delle stelle)  interessano proprio la traduzione dei “numeros babylonios”, il referente principale di “postero”, che ha quindi un equivalente strutturale nella versione, anche se le maggiori tensioni articolatorie del flusso indirizzano su “dato sapere”, “a te sorte”, “opposte rocce”.

È interessante, perciò, per completare lo studio di questo testo, considerare anche il flusso di “credilo”, la cui densità appare tipica di un generatore terminale: esso, come si può vedere nella pagina seguente, coglie in parte quello oraziano, ma nell’ampiezza semantica qui mostrata e, peraltro, mostra la sua massima confluenza su “il desiderio”, la particolare traduzione, in questa versione, dell’originaria parola oraziana “spem”. Proprio se si studia la generatività del primo verso si comprende questa scelta lessicale e, anche, la particolare tensione intralinguistica che sovradetermina questa traduzione. Il flusso generato dall’inizio “Tu non chiedere” del primo verso ha una chiara funzione strutturale, poiché dei suoi 17 anagrammi ben 9 giungono su parole di fine-verso, contribuendo anche alla chiusura testuale “credilo”; nel flusso la traduzione “desiderio” appare fortemente vincolata dalla sequenza invertita “ider-redi” in des-IDER-io e c-REDI-lo, ciò che giustifica dal punto di vista generativo e formale la sostituzione di “spem”:

Questo interessante flusso generativo chiarisce perciò come, in questa versione, operino assai plausibilmente delle reali funzioni intralinguistiche, essendo presente un nodo dalle caratteristiche formali-strutturali nell’inizio del primo verso e, complementarmente, un nodo inverso alla conclusione del testo. Questi due processi non definiscono, di per sé, il grado di precisione semantica delle reti, ma permetterebbero di affrontarne lo studio nell’ipotesi di una loro cooperazione di tipo formale-strutturale, ciò che caratterizza il primo tipo di accertamento dell’analisi anagrammatica. In questo caso ciò porterebbe ad un’analisi approfondita dell’organizzazione lessicale e formale-strutturale, per vagliare le scelte interpretabili come autonome nella traduzione (ad esempio “desiderio”), e il significato globale intralinguistico della versione tradotta rispetto a quello del testo originario.

5.5.Questo problema può divenire ancora più evidente nella versione di Fortini.  Consideriamo, ad esempio, gli anagrammi che dipendono da “ridi al giorno”, l’equivalente del “carpe diem” (e, insieme, il piccolo flusso originato da “l’ora”, di cui tratto più avanti):

 L’anagramma più grande di questo nucleo (peraltro poco denso) rinvia da “giorno” a “gli oroscopi”: esso riproduce, perciò, il riferimento originario di “postero”, il tempo futuro direttamente espresso, in questa versione, come assente (altro non c’è). Il riferimento a “oroscopi” sintetizza perciò i due nuclei originari di “diem” e “postero”, come effetto più esplicito della contrazione testuale avvertibile nell’intera traduzione. Da tale punto di vista gli anagrammi del nucleo rivelano una precisa volontà di ritrascrizione concettuale, che accentua e modifica il tessuto semantico originario dell’ode.

Ad esempio l’altro maggiore anagramma del nucleo rinvia da “ridi al” a “recidila”: l’originaria opposizione dederint-carpe, tra gli dei e l’uomo, viene sostituita dall’opposizione “recidila-ridi al”, interna al solo uomo (nella traduzione, perciò, non compaiono né dei né Giove). È il “recidere” la speranza che si converte, in questo processo, nella avvertibile disperazione di “ridi al giorno”, sancita dal definitivo “Altro non c’è”: il legame gi-ORNO alt-RO NO-n asserisce implicitamente questo giorno come ultimo; nel flusso anche il duplice rinvio a “(fine) m-ia l-a tu-a no-n” conferma la continuità di questo processo. È interessante osservare, in questo sviluppo, il semplice significato del rinvio anagrammatico a “altro vino”. “Ridi al giorno” ha origine dalla disperazione, giorno rinvia a “altro non c’è”, “altro” indirizza a “altro vino”: il vino, tramite questa concatenazione, è il sollievo, nel giorno, di quella disperazione. Questo elegante processo simbolizza il vino nel riso disperato, accentuando i legami impliciti che il vino ha, in Orazio, con la rinunzia alla speranza.

Il “giorno”, nella versione di Fortini, è connotato nel radicale presente di “altro non c’è”, ed è interessante osservare come egli, unico tra i traduttori fin qui studiati, riesca ad evidenziare, in prossimità del nucleo “ridi al giorno”, anche il riferimento al “nunc” dell’ode. Egli traduce “fugerit...aetas ” con “l’ora va”, riportando al momento presente il tempo; se si considera, nella pagina precedente, il flusso dipendente da ‘l’ora” si può però osservare che esso rinvia direttamente a “quest-o è l-ultimo che ora..”, cioè al tempo “ultimo” e all’ “ora” che traduce il “nunc” oraziano: il flusso di “l’ora” rinvia anche all’immediatamente prossimo “p-arlo” (ti p-arlo e l’ora va), connotando quindi  “l’ora va” nel tempo presente del dialogo, anch’esso corrispondente a quello latino di “dum loquimur”. Anche questo processo è strettamente riferibile, però, alla simbolizzazione particolare che Fortini fa del dialogo, che egli accentua come evento fugace, ma coglie con precisione, come vediamo, il significato di “nunc”, implicandolo nel contiguo legame sintagmatico con il “giorno”.

Nel flusso di “ridi al giorno” unico anagramma asemantico è quello che rinvia a “promontori”, ribadito anche nel flusso di “altro non c’è”, nodo peraltro meno significativo di quello appena studiato.

 L’accuratezza della precedente rete suggerirebbe, in questo caso, di approfondire comunque l’eventuale significato simbolico che “promontori” vi potrebbe assumere, anche nel confronto con l’ode. Come si è visto, “postero” rinvia ad “oppositis”, cioè allo stesso referente di “promontori”, ciò che indicherebbe, come importante rinvio finale, l’attenzione inconsapevole posta da Fortini alla struttura conclusiva originaria: egli, però, in questo caso, vi simbolizzerebbe anche la referenza nascosta di “altro non c’è”, il tempo proteso nel futuro, e per questo raffigurato come promontori esposti alla furia del mare. Questa interpretazione appare attendibile nella versione di Fortini e, con il suo significato simbolico, è riferibile anche al legame che “postero” ha con “oppositis”: in questo caso è la traduzione che può servire a riesplorare il testo originale.

5.6.Vediamo ora la traduzione di Caramella, che traduce “carpe diem” con “cogli nel giorno il giorno”. Egli, evidentemente, vuole esprimere il termine temporale che da “finem..ultimam,” converge in “diem”; e, insieme, il significato di dilatazione temporale di “nunc”. Il “giorno nel giorno” è dunque “la brevità del giorno”, che implica il giorno come fine del tempo e come continua durata del “presente” che vi è compreso, ciò che esprime la concezione di un tempo illimitato contenuto in un tempo limitato. Osserviamo brevemente il flusso che ha origine dal nodo, che rinvia, per la sua ampiezza, a numerosi tratti del testo, coprendo un esteso campo semantico.Il flusso comprende l’opposizione oraziana del “carpe diem” a “finem dei dederint....hiemes”, nel legame sia con “temp-o da-to a noi da-gli dei” che con “inve-rni o ad-esso”, e coglie dunque, più delle altre traduzioni, la struttura originaria dell’ode. Come però si può constatare, il flusso ha i suoi maggiori vertici su “meglio, voglia, Giove”: la volontà divina della “fine assegnata dagli dei” converge perciò sul sintagma “voglia Giove”; “meglio” esprime un potenziale connotatore del nucleo, nel contrasto tra “meglio sia soffrire” e “cogli il giorno”; gli altri rinvii nel testo (infausta scienza, sponde, vino, ecc.) non riguardano, invece, il nodo oraziano.

Il nucleo, come vediamo, cerca di ricostruire in prevalenza quello oraziano, spostandone però il vertice su Giove, e per la sua ricchezza si apre necessariamente a campi semantici diversi: la particolare traduzione del “carpe diem” fatta da Caramella deriva, presumibilmente, dal tentativo di riorganizzare nel modo più esplicito (diversamente da Fortini) il significato da lui colto nel nucleo originario. È interessante, da questo punto di vista, osservare anche il flusso della sua conclusione “d’altri incredula”, con cui sinteticamente egli traduce “quam minimum credula postero” e, insieme, il sistema che dipende da “adesso”.

Il nodo terminale ripropone due legami (...sp-ond-e..ma-r Tir-reno) del nodo oraziano, e altri (molt-i in-verni, calo-r de-l vino), interpretabili simbolicamente (come si è visto in Fortini). Più significativa, però, è la traduzione di “postero” con “d’altri”, che rinvia a “o ad-esso”: il riferimento al futuro è ricondotto al presente, e con questo legame l’importante nucleo “nunc” entra a far parte della concettualizzazione del giorno; il significato di “adesso”, come si vede esplorando il suo flusso, rinvia proprio al tempo assegnato dagli dei, e nel riferimento al “lasso breve” del giorno. È interessante perciò osservare, pur con questi spostamenti, come la versione cerchi di conservare un altro fondamentale significato dell’ode. “Nunc” dipende da Leuconoe, che qui è tradotta in “Biancaluce”, da cui ha origine l’anagramma che chiude l’ultima parola “incredula”: il sintagma conclusivo “d’altri incredula” pone perciò in rapporto “adesso” e “biancaluce”, così come  “nunc”, nell’ode, pone in rapporto “Tu ne quaesieris” con “Leuconoe”. Il processo di vincolo è molto preciso nell’ode oraziana, mentre qui è sostenuto a distanza dall’intero sintagma terminale: esso suggerisce, in questo caso, una trasposizione del nucleo generativo iniziale di “Tu ne quaesieris” in un nucleo generativo terminale, e quindi la trasformazione della richiesta iniziale “non domandare” nella determinazione finale “incredula”. Questa possibile trasformazione è l’aspetto strutturale più interessante del sintagma terminale, soprattutto per il rilievo, di tipo formale-strutturale, dell’ultimo anagramma “Bianc-alu-ce - incred-ula.

7,7.Per mia curiosità (e per quella del lettore) ho voluto provare anch’io una diversa traduzione del verso finale oraziano. L’ho fatta appoggiandomi alla versione di Caramella, verificando gli effetti di due altri versi, “cogli l’attimo, d’ogni avvenire incredula” e “cogli l’attimo, del divenire incredula”: Nei due versi, “attimo” ritraduce soprattutto il presente di “nunc”, e “d’ogni avvenire” il futuro di “postero”; “del divenire” accentua, invece, la transitorietà e importanza di “attimo”. Osserviamo, assai rapidamente, cosa accade per “cogli l’attimo”:

 

Questo sistema definisce con tre anagrammi il tema del tempo e del destino ultimo (scenz-a il t-empo, fa-ti m-eglio, l’ul-timo), ma amplia anch’esso questo campo semantico ad altri rinvii: è quindi solo debolmente un sistema migliore di altri (se non forse per il rinvio ad “ultimo”).

Consideriamo invece subito, per confronto, le due versioni “d’ogni avvenire incredula”  e “del divenire incredula”. Entrambe rinviano a “scienza”, un referente idoneo per “incredula”, che la prima versione accentua nel legame con “ignota”; nella seconda, invece, un chiaro vertice viene a formarsi su “calor del vino”, divenendo il referente di “divenire”, mentre si accentua la confluenza su “inverni”.

 

Le due versioni sono, da questo punto di vista, molto diverse, e la seconda proporrebbe certamente, come evento simbolico principale, il legame tra l’inverno e il calore del vino, interpretabile come unico divenire che è possibile cogliere (proprio questa struttura, come si è visto, è messa in rilievo da Fortini).

Nessuno di questi due versi sarebbe soddisfacente ove lo confrontassimo con quello originario di Orazio, di cui non riproducono il tipo di organizzazione nel flusso anagrammatico; né danno un contributo efficace alla vesione di Caramella, per il modo stesso con cui vengono prodotti, estraneo al testo, in cui si inseriscono senza una reale progettualità. Questi problemi, come ora è possibile capire, sono quelli con cui si confronta il traduttore, che deve entrare ed uscire da un testo che all’origine non è suo, per ritradurlo necessariamente in un altro testo, obbligato in ciò dalla diversità della propria lingua, e nella dipendenza dalla lingua originaria.

 

8. La conclusione più evidente di questi confronti è che, se ci si attiene al modello d’analisi intralinguistica, un testo poetico può essere tradotto attuando solo una corrispondenza imprecisa con la struttura originaria. Il poeta, per quanto vincolato dalle reti anagrammatiche è pur sempre più libero del traduttore, perché può rinunziare ad un certo contenuto semantico se non vi trova un’espressione equivalente, e procede, probabilmente, sondando più sviluppi linguistici-semantici del concetto che vuole esprimere. Quando il testo viene prodotto, questo può perciò risultare ingannevolmente semplice, celando la selezione che egli ha dovuto fare sia del processo ideativo che delle sue forme espressive.

Il traduttore ha, di fronte ad un’espressione concettuale organizzata in un sistema formale, un compito molto difficile, dovuto a due tipi di problemi. Il primo consiste nella capacità, solo parziale, di dedurre, dalla lingua di partenza, la struttura originaria. Il secondo consiste nella scarsa possibilità di riversarla nella propria lingua.

Il primo di questi problemi dipende dalla selezione inconsapevole che il traduttore può fare della gerarchia delle reti semantiche del testo. Egli, anche ove le coglie nel loro significato originario, le subordina poi alla propria personale gerarchia concettuale, adeguata ai modelli metaforici e simbolici della sua cultura. In questo modo egli reinterpreta fin dall’inizio i significati del testo, imponendovi vincoli che mutano le funzioni semantiche e simboliche predisposte dal poeta.

Il secondo di questi problemi è ancora più evidente. Anche se egli ha ricostruito mentalmente il sistema originario, egli deve però restituirlo nella propria lingua, che propone in modo esplicito vincoli già esistenti. La versione di “carpe” di Carducci è “cogli”, ma essa attrae “scogliere” e “taglia”, parole che la lingua già predispone ad una rapida traduzione di “pumicibus” e “reseces”; similmente accade per Pascoli, che dalla lingua è indotto a vincolare “fuggi l’oggi” a “scogliere” e “spoglia”. Problemi simili, ma più complessi, si hanno nelle altre traduzioni in cui, come si è visto, la lingua obbliga a scelte diverse, comportando simbolizzazioni estranee: l’esempio che ho dato, introducendo “divenire” nella versione di Caramella, mostra come la metaforizzazione, che è sempre latente nel testo poetico, può modificarsi rapidamente, trasformando la traduzione in un altro testo.

Quest’ultimo punto riguarda il significato che nella teoria intralinguistica è dato al processo di metaforizzazione e simbolizzazione.

Il fatto che la combinatoria anagrammatica produca tanto facilmente una simbolizzazione è la spiegazione principale della struttura naturale del testo poetico: esso si forma e autosostiene, nella mente, proprio per il contributo metaforico che la combinatoria anagrammatica predispone automaticamente e casualmente. Questo processo è, per la sua origine, non intenzionale, ma fornisce, per così dire, l’ampio materiale grezzo della metaforizzazione intralinguistica della lingua. Essa è però, per la sua stessa ricchezza, instabile, e ciò spiega la tendenziale brevità del testo poetico, e la complessa gerarchizzazione delle strutture intralinguistiche, sia dal punto di vista formale-strutturale che semantico-simbolico: in questo tipo di perizia si situa la differenza tra una struttura metaforicamente debole e una realmente radicata nel testo.

I diversi nodi qui mostrati offrono dunque un confronto ricco sia della disponibilità associativa sempre presente nella lingua, sia del riordino parziale che ne può fare una specifica intenzionalità interpretativa: certamente il nodo oraziano “carpe diem” è, nella sua coerenza, il più semplice e preciso, ciò che forse non apparirebbe chiaro ove non lo si potesse confrontare con le sue diverse possibili traduzioni. La particolare densità di alcuni di questi nodi spiega inoltre un aspetto non secondario della densità locale, e il suo significato nell’eventuale ricerca che può farne il traduttore.

Quando la confluenza che gravita su un nodo è forte, si ha comunque la convergenza di una tensione articolatoria che, anche nel solo piano della memoria acustica, ribadisce (tanto più se il nodo è denso) l’importanza delle parole del nodo: la densità non opera, in questo caso, come rinvio semantico al testo, ma come prevalente rilievo locale. Esso richiama, in questo caso, la funzione attrattiva della rima, una proprietà semplice della memoria articolatoria, che accentua il rilievo semantico delle parole coinvolte: ciò spiega come un nodo di densità possa divenire il fuoco dell’attenzione inconsapevole del lettore (e del traduttore).

Il processo di fruizione dell’articolazione combinatoria si muove perciò, secondo la teoria intralinguistica, tra processi semantici locali e testuali, di diversa gerarchizzazione. Le posizioni preferenziali del testo (come all’inizio o alla fine), ad esempio, contribuiscono alla maggior importanza di un nucleo semantico: l’isolamento stesso, nella rete, di un anagramma (come quello che da Lauconoe rinvia a “nunc”), ne favorisce la precisione e il rilievo. Le reti di rinvii, perciò, forniscono gradualmente il significato delle diverse funzioni locali e globali, semantiche e strutturali-formali. Ciò permette, a partire dai nuclei più semplici, di esplorare i tipi diversi di gerarchia che, per necessità, il poeta dispone tra piano sintattico e intralinguistico.

 Tramite queste ultime considerazioni possiamo ora ritornare all’ode oraziana, per chiarire qual è il significato degli altri nodi.

                                                                   * * *

9.1 Darò un’analisi dettagliata di “liques”. Consideriamo dapprima gli anagrammi che dall’intorno destro di “nefas”, nel primo verso, giungono su “melius quidquid” e “liques”: ciò che è “proibito” confluisce, tramite “melius” su “liques”. Questo sviluppo risalta anche nel flusso di linee di “nefas”, che evidenzia, nella sua origine da “quaesieris”, il forte legame melius-liques, e il suo termine su “loquimur”.

 Questo sviluppo segnala un primo significato di “liques”: su esso converge, tramite “melius”, la contrapposizione a “nefas”, e quindi ciò che è lecito. Un secondo significato si ha considerando il legame quesieris-loquimur, che comprende le opposizioni “tu-noi” e “futuro-presente”: la proibizione, per Leuconoe, a interrogarsi sul futuro, comporta perciò il dialogo “presente” con il poeta.

Questa struttura comprende tre sistemi oppositivi interpretabili simbolicamente: il “tu” rivolto al futuro diventa un “noi” rivolto al presente; la proibizione a conoscere il futuro diventa il lecito sapere quotidiano del filtraggio del vino; di quest’ultimo è tramite “melius”, in contrapposizione a “nefas”. “Liques”, la preparazione del vino, appare perciò, in questo sviluppo,  il vertice del colloquio quotidiano del poeta con la donna, e fulcro ne è il legame nefas-melius-liques, che ha, nell’interpretazione qui proposta, il suo centro trasformativo in “melius”.

9.2. Se studiamo l’intero sintagma “melius quidquid erit pati” possiamo verificare se esso opera più ampiamente in questo senso trasformativo nello sviluppo semantico e simbolico che Orazio attua nel testo.

Consideriamo dapprima il flusso di “melius quidquid” (esso copre a destra, anche, parte di quello iniziale di “erit”). Il flusso superiore (nefas quem mihi quem...(finem) di dederint) riassume, come già visto nell’inizio di questo studio, ciò che è proibito conoscere, la fine data dagli dei. Il flusso inferiore, allora, sintetizza ancora ciò che è lecito all’uomo, “liques” e “loquimur” e, come vediamo, proprio il “carpe diem”. La fine che non è lecito conoscere è perciò il giorno che si può vivere nell’attività di “liques” e “loquimur”, mentre il sapere proibito diventa il “(minum) credula” dell’ultimo anagramma del flusso.  Vediamo poi il significato della prosecuzione “erit pati” del sintagma. Esso opera anch’esso, come il tratto precedente, come centro trasformativo, ma in modo più complesso, ora a sostegno della metafora marina. Il flusso superiore rinvia da “pati” ai due verbi “ ne quaesieris” e “nec...temptaris” e indica perciò, come utilità del non sapere, la migliore sopportazione della futura sofferenza. Il flusso inferiore converte metaforicamente questo soffrire in quello del mare (l’anagramma pati-debilitat è semantico) e, soprattutto, implica la sofferenza nello “spatio brevi” della vita quotidiana. Il flusso globale di “melius quidquid eri pati” definisce perciò, come maggior confluenza, proprio il sintagma “liques et spatio”.

9.3.Questo sviluppo mostra quanto l’intero sintagma “melius quidquid eri pati” partecipi di una struttura comune, ma bipartita in due processi metaforici: il primo, strettamente dipendente dal legame “nefas-melius” si converte nel principale flusso liques-loquimur, giungendo fino a “diem”; il secondo, che ha per vertice il legame “pati-debilitat” contrappone la sofferenza nello spazio aperto del mare con quella privata dello “spatio brevi”. Poiché il nodo principale del primo flusso è “liques” e il secondo ha come centro metaforico lo spazio marino, il loro comune seme “liquidità” spiega l’unitarietà del processo e la significativa densità di “liques et spatio”, che accoglie del flusso la parte preminente: questa accentua nel testo, e proprio nel forte legame sintagmatico, la contrapposizione tra una liquidità domestica, raccolta e pacificata, e quella ampia, tempestosa, del mare, un’immagine che evidentemente fa da fulcro generatore all’ideazione dell’ode. Questa analisi strutturale, ben più complessa, conferma l’interpretazione data all’inizio sul significato di “liques”.

È interessante osservare, nello schema sotto a sinistra, che questa struttura raccoglie anche l’opposizione tra “hiemes” e “diem”, perchè gli unici due anagrammi che dipendono da “hiemes” vincolano “liques” a “diem”: così come il giorno contrasta con la fine simbolizzata nell’inverno, ugualmente “liques” vi si oppone, proponendo in modo diretto il legame tra “liques” e “diem” presente nel flusso di “melius quidquid”. L’opposizione hiemes-liques, possiamo riflettere, vi sostiene induttivamente l’opposizione freddo-caldo, ciò che connota nel calore il breve spazio domestico simbolizzato da “liques” (Caramella lo esprime traducendo “vina liques” in “godi il calor del vino).

Può essere utile, dopo tutte queste osservazioni, descrivere ora dettagliatamente, come esempio di interpretazione strutturale, il significato che può essere attribuito a “liques”, riferendosi all’intero suo flusso di anagrammi (schema qui sopra a destra). 

-Il suo sistema principale è la linea nefas-melius-liques, che connota “liques” in opposizone a “nefas”, di cui è centro trasformativo “melius”. La fine sconosciuta vi si converte in una domestica attività quotidiana.

-L’opposizione a “hiemes” lo connota nel calore.

-Il legame “ne quaesieris-loquimur” traspone, con “liques” la proibizione a domandare nel dialogo reciproco.

-Il legame “babylonios temptaris-postero” contrappone il futuro al presente di “liques”.

-L’anagramma su “reseces” pone in opposizione “spem longam” con “spazio brevi”, implicando “liques” nella breve speranza (l’anagramma “longam reseces-pumicibus mare” contrappone “liques” a “mare”).

9.4. Il nodo “liques” è dunque, secondo lo studio di questi legami, la confluenza di più processi di simbolizzazione, i quali lo connotano in diversi assi semantici e metaforici, offrendo un esempio particolarmente efficace del modello di iperdeterminazione che gli anagrammi possono indurre su un nodo di densità, ove essi possono essere coordinati da sistemi oppositivi e trasformativi coerenti. Tale interpretazione precisa, in particolare, il significato non strettamente lessicale che “liques” assume nel processo, ciò che, nella teoria intralinguistica, riguarda il tipo di semantizzazione che, nelle fasi preparatorie dell’ideazione, guida la scelta lessicale: “liques”, prima di venire accolto nel piano sintagmatico, ha molti possibili significati, dei quali divengono maggiormente stabili quelli implicati da altre parole vincolate anagrammaticamente. Questo sviluppo preparatorio permette di selezionare la parola solo quando già si è formata un’adeguata simbolizzazione del suo significato, che deriva dalle fonti stesse del sistema semantico che presiede all’ideazione.

Naturalmente è sempre importante verificare il significato di queste strutture complesse, esplorando i flussi di altri tratti dell’enunciato ad esse collegate. Ad esempio, volendo ampliare l’interpretazione dell’anagramma che da “liques” giunge su “reseces”, si può studiare il flusso del sintagma “spem longam reseces”:

-Il suo principale riferimento vi appare “babylonios temptaris numeros ut melius...”. La speranza da recidere è perciò nella rinunzia al vaticinio.

-“Bre-vi s-pem” rinvia a “sapia-s vi-na”: la speranza, in questa rinunzia al sapere, è dunque in un altro sapere, quello della preparazione del vino.

 -“Longam reseces” contrappone “mare” a “liques”, e anche ciò, dunque, riconduce a “liques” e, soprattutto, mostra il comune sistema “mare-liques”, distinto dall’opposizione “longam-brevi”.

-Il legame “reseces-debilitat”, semantico, collega la rinunzia umana alla sofferenza del mare, confermando il significato già trovato della metafora marina.

Questo flusso, perciò, risulta anch’esso coerente rispetto agli altri sistemi interpretati, di cui conferma il significato, e contribuisce a definire il significato di “liques”, quale emerge nel sistema di confluenze analizzato.

10. Consideriamo, infine, il nodo “fugerit”: è il flusso di linee che ha origine da “scire” (complementare perciò al vicino flusso di “nefas”) che dà una plausibile spiegazione del suo significato intralinguistico (figura sotto a sinistra). Osserviamo, dapprima, l’aspetto più evidente, il legame tematico tra “scire” e la conclusione “credula postero”: il flusso attenua, perciò, “scire nefas” nel “minimum credula postero”, mostrando quindi una organizzazione tematica coerente.

Esploriamo, ora, “fugerit”, che nel flusso dipende da “Iuppiter” “erit” e “dederint”. Il dio (e gli dei) sono gli agenti di questa azione, il cui soggetto grammaticale è “invida aetas”; fugge, distanziandosi nel futuro, il tempo di cui sono padroni gli dei, e perciò l’uomo trattiene il giorno. In questo processo troviamo un primo significato strutturale di “fugerit”: il verbo dipende dall’opposizione a “carpe”, e il loro legame ha origine da “(quidquid) erit”, l’incertezza del futuro che si ripartisce nell’allontanarsi e nell’arrestarsi, l’uno riferita al tempo del cui possesso gli dei sono gelosi, l’altro al possesso del giorno consentito all’uomo.

 Se ora osserviamo (schema a destra) le confluenze globali del nodo “fugerit invida” vediamo che esse collezionano i rinvii qui descritti più altri che vi si legano nei sintagmi “quaesieris scire” e “tribuit Iuppiter”; il flusso descrive perciò sinteticamente l’ordine causale degli eventi principali che convergono, dallo sviluppo testuale, su “fugerit”: il domandare-sapere, la volontà degli dei e di Giove, l’allontanarsi del tempo.

Queste semplici osservazioni permettono di definire il significato strutturale di “fugerit”, e di confrontarlo con quello di “liques”. Il suo nodo si forma al termine di un ricco flusso di linee, e ha quindi la funzione di una confluenza di diversi processi, di cui raccoglie un coordinamento consequenziale di tipo causale-tematico, che scandisce la successione degli eventi culminanti in “fugerit”. “Liques” è, invece, un nodo trasformativo: è il centro di una transitabilità di diversi sviluppi semantici, che lo pongono come fulcro della convergenza delle opposizioni riordinate dal testo, e quindi come vertice interno della simbolizzazione del testo.

11.Se ora consideriamo queste diverse reti, insieme a quelle mostrate all’inizio, appare evidente che Orazio ha predisposto, nella struttura generale, alcuni vertici principali, che operano come tappe della simbolizzazione convergente nel verso finale, e il cui significato, ove percorriamo i flussi che attraversano questi vertici, rapidamente ripropone gli sviluppi sematici o metaforici già esplorati. Un ulteriore esempio di questi ridondanti processi, e del criterio utile al loro accertamento, riguarda un altro importante luogo testuale, la fine del primo verso, in cui spesso è evidenziabile un nucleo generativo.

Se si esplorano i flussi di linee del sintagma terminale del primo verso “quem mihi quem tibi” e del suo estremo “quem tibi”, si può ben vedere, dal loro confronto,  come viene organizzata la loro struttura convergente su “postero”.

Il flusso di linee più ampio, di “quem mihi quem tibi” ha come prima e diffusa convergenza l’intero sintagma “temptaris numeros ut melius quidquid erit”: da questo tratto si ripartisce il flusso che confluisce sui vertici già studiati “liques” e “loquimur”, e un secondo flusso che confluisce su “postero”; un terzo flusso passa per “ultimam” finendo su “diem quam”. Il flusso estremo, di “q-uem tibi” evidenzia l’aspetto più strutturale-formale del flusso, che ora si ripartisce nei due principali flussi interessati alla contrapposizione diem-postero: il primo converge da “temptaris numeros” su “postero”,  l’altro converge  da “ultimam” su “diem quam”.

Questa bipartizione è un esempio molto chiaro della precisione con cui un poeta può distribuire i campi semantici e tematici del nucleo concettuale con un’attenzione estrema alle caratteristiche del sistema formale. Il flusso semantico prioritario, tra questi ultimi due, è quello direttamente terminale, “quem tibi”, il più semplice, poiché si indirizza su “ultimam” e poi su “diem quam”, implicando sia nell’origine “tibi” che in “ultimam” l’invito finale “carpe diem” rivolto alla donna. L’altro flusso, su “postero”, è tematico, essendo volto a ribadire il legame tra vaticinio e futuro, nel sottinteso rapporto scire-credula, e ha un più appariscente significato strutturale-formale, poiché ha origine dal generatore terminale del primo verso e la confluenza nel generatore terminale dell’ultimo verso.

In un certo senso Orazio cerca un equilibrio strutturale tra i due flussi, che si incrociano invertendo, nella conclusione, le diverse priorità generative: ma ciò mostra, appunto, la specificità del modello interpretativo intralinguistico, che considera il dispositivo formale del testo una struttura molto complessa, in cui il poeta cerca l’appoggio a diversi tipi possibili di processi, radicandoli nei luoghi dell’enunciato più adatti alla loro stabilità nella memoria inconscia, intralinguistica, che coopera con quella linguistica (inizio e fine del primo verso, fine del testo, ecc.).

Quando perciò, come in questo caso, si può delineare una chiara organizzazione semantica e tematica dei flussi che percorrono il testo dall’inizio alla fine, e trovare una interpretazione coerente del significato strutturale dei principali nodi interni rispetto al sistema più generale dei flussi, l’accertamento intralinguistico può considerarsi concluso.

In realtà esso, come si è visto, copre solo aspetti diversi della processualità, e sottintende una cooperazione continua dei flussi di anagrammi man mano esplorati, che la mente di chi analizza elabora, a sua volta, inconsapevolmente, e di cui non c’è una definizione esaustiva, se non nel continuo accertamento della corrispondenza tra intuizione nell’analisi e la verifica anagrammatica.

12. Ci si può chiedere, ad esempio: è davvero “finem”, che appare subito un riferimento importante del nodo di “diem”, un elemento semanticamente certo della rete intralinguistica?  Come si può, però, constatare nel sistema R³ 3, già cautelativo nell’analisi anagrammatica, un unico anagramma dipende da “finem”, e converge proprio su “diem”: poiché “finem” e “diem” sono parole del testo che certamente entrano a far parte del suo significato simbolico, in questo caso l’accertamento subito può arrestarsi; e in modo simile si può verificare la forte convergenza di “ultimam” su “diem”, con la sola lieve minor precisione (di valore, peraltro, connotativo) del rinvio a “debilitat”.

Più complessa può apparire invece la verifica di parole meno tematicamente significative, che in genere mostrano flussi intrecciati con quelli di altre parole, e di cui è possibile comprendere il significato strutturale solo seguendo la ricorsività dei flussi che esse concorrono a definire. Ma, come si è visto, la ricorsività dell’intreccio semantico è una proprietà adeguata alla forma interconnessa delle reti anagrammatiche, e ciò spiega, a sua volta, come il poeta può fissarne, anche se in modo meno preciso, le percorrenze principali: queste vengono isolate dalle proprietà stesse del sistema combinatorio, che ne rende più stabili alcune rispetto ad altre, privilegiandone i legami fondamentali. Naturalmente, secondo il modello intralinguistico, ciò non è l’effetto del caso, ma di una selezione accurata che il poeta cerca di fare del sistema combinatorio, in modo da favorirne l’organizzazione strutturale.

La semplicità del testo è l’effetto appariscente di questa complessità che ne condiziona la possibile coerenza nella mente del poeta: essa nasconde, quindi, l’accurata selezione lessicale che il poeta deve necessariamente fare per poter raggiungere tale coerenza.   Come si può comprendere, il traduttore può solo provare a replicare gli aspetti strutturali più evidenti di questo processo, ma non può riuscirvi compiutamente: egli cerca di selezionare il campo combinatorio della propria lingua, ma dipende anche dal campo semantico originario, ciò che gli impedisce di poter replicare la natura strutturale del processo intralinguistico, che è unitariamente semantico-combinatorio. Egli, perciò, è destinato ad introdurvi elementi spuri, o a sostituirsi direttamente al processo semantico-combinatorio che ha generato il testo: ciò produce, in ogni caso, un testo strutturalmente diverso da quello originario.