L’ANALISI INTRALINGUISTICA DI DIOMIRA

da LE CITTÀ INVISIBILI  di I. CALVINO

1. All’incirca nell’81-82, appena ho potuto disporre di un primo programma computerizzato d’analisi anagrammatica, ho esplorato, oltre all’Infinito, anche alcuni brevi testi di Calvino. Lo studio che allora ho fatto verteva sulla presenza del prodotto permutativo nei sistemi anagrammatici di rango 5, di cui l’Infinito offre un esempio molto esauriente, e che solo in tempi recenti sono riuscito a dimostrare con una accurata – anche se davvero complessa - procedura di falsificazione; il sistema permutativo del testo di Calvino è altrettanto importante e, da un certo punto di vista, forse più ricco di spunti teorici di riflessione. Sia l’analisi permutativa dell’Infinito che di questo testo di Calvino sono esposte ne La mente intralinguistica, ma in forma succinta, cosicché credo che il loro significato non sia mai stato ben compreso, sia per la complessità del calcolo, sia per le funzioni semiotiche implicate nel tipo di metafore (o se si vuole simbolizzazioni) che le strutture intralinguistiche rivelano.

 In entrambi i testi opera, inconsciamente, il tema della nascita: nell’Infinito tramite la parola NATI inclusa in intermi-NATI, nel testo di Calvino in modo simile, cioè ancora tramite le parole NATE-NATO, incluse nel piano intralessicale dell’enunciato (come vedremo tra poco), ed è questa comunanza nel processo generativo che suscita il particolare interesse di queste due analisi. All’Infinito dedicherò un saggio appena potrò, mentre ora riprendo, trattandola più esaurientemente, l’analisi del testo di Calvino, il quale è un esempio particolarmente convincente della teoria della metafora di Lakoff, una sorta di ideale exemplum ad hoc, di cui non mi sono reso conto se non in tempi recenti, quando ho avuto occasione di approfondire alcuni aspetti di questa teoria, che ha ricche implicazioni rispetto al modello teorico che propongo.

 Può essere utile, per il lettore, conoscere il parere stesso di Calvino su questa analisi, di cui mi ha scritto, nell’82, in risposta al lungo lavoro in cui mettevo a confronto l’Infinito con questo testo e con un altro, il più breve (Argia) de Le città invisibili (lettera che riporto per intero alla fine). Calvino, sostanzialmente, in questa lettera ricca di apprezzamenti, era rimasto molto convinto dell’analisi dell’Infinito, ma non del tutto di quella del suo testo, per la relativa frequenza, nella lingua italiana, di parole incluse come nato-nati.

 

…Altra osservazione: che vissuto sia la parola chiave mi pare convincente, ma il nato-nate (idea in sé molto suggestiva) mi pare una serie troppo frequente nella lingua italiana per assumere una rilevanza significativa…

 È, invece, proprio la straordinaria significatività dei flussi che gravitano su queste parole l’aspetto strutturale realmente dimostrabile del suo testo. Né, d’altra parte, la serie intralinguistica “nato-nate” è davvero frequente nella lingua italiana: ad esempio, proprio nella lettera di Calvino, la cui lunghezza è circa dieci volte il brano qui esplorato, non vi è nessuna occorrenza intralinguistica delle parole nato-nata-nati-nate. Nel testo che il lettore, proprio ora, sta leggendo vi è un certo numero di parole nato-nata-nati-nate[1], ma la loro frequenza, se si tiene conto delle diversità di lunghezza dei due testi, risulta ben ventun volte minore. Come perciò si può subito comprendere, nel brano di Calvino queste parole devono avere certamente una inusuale rilevanza.

 Naturalmente, non è questo ridotto accertamento statistico che può persuadere, da solo, della reale significatività delle parole nato-nate. Occorre infatti un’attenzione e una procedura particolare per convincersi della singolare coerenza della struttura del testo, ciò che non è dovuto, però, ad una sua intrinseca difficoltà, ma al concorso – come credo di aver capito col tempo – di due fattori: il primo è – per così dire – strettamente tecnico, cioè lo schema formale della struttura, che il lettore deve accettare per buono, senza cioè poter verificare come esso viene effettivamente costruito in base ad un semplice principio di coerenza, quale ora illustrerò in dettaglio; l’altro è l’aspetto suggestivo che subito si insinua nell’interpretazione della struttura, dovuta proprio alla sua intrinseca ricchezza metaforica, cosa di cui appunto la teoria di Lakoff, invece, può dare un’esauriente spiegazione.

 Il compito che perciò ora mi propongo è quello di illustrare un po’ più dettagliatamente la procedura che permette di costruire questa struttura del testo come un ritaglio coerente dell’intero sistema anagrammatico, ciò che in generale può essere d’aiuto per la comprensione di come la mente intralinguistica può selezionare, in modo incredibilmente accurato, i flussi intralessicali che vuole portare a cooperazione; e, in base a questa più precisa descrizione, mi propongo di allargare alla teoria di Lakoff il significato della ricca simbolizzazione che scaturisce da questo straordinario flusso.

Procediamo, perciò, un passo alla volta, e un po’ didatticamente.

Consideriamo, dapprima, il testo di Calvino, per leggerlo secondo il criterio usuale di lettori:

Partendosi di là e andando tre giornate verso levante, l'uomo si trova a Diomira, città con sessanta cupole d'argento, statue in bronzo di tutti gli dei, vie lastricate in stagno, un teatro di cristallo, un gallo d'oro che canta ogni mattina su una torre. Tutte queste bellezze il viaggiatore già conosce per averle viste anche in altre città. Ma la proprietà di questa è che chi vi arriva una sera di settembre, quando le giornate s'accorciano e le lampade multicolori s'accendono tutte insieme sulle porte delle friggitorie, e da una terrazza una voce di donna grida: uh, gli viene da invidiare quelli che ora pensano di aver già vissuto una sera uguale a questa e d'esser stati quella volta felici.

Cosa racconta questo brevissimo testo? Dal punto di vista narratologico, dovremmo dire, ben poca cosa: un viaggio di tre giorni, che porta l’uomo a Diomira, luogo di bellezze inusitate e sfolgoranti, ma in un certo senso ordinarie, conosciute. Ciò che è inusuale – ma evidentemente attraente - è il suo declinare settembrino, dove lampade multicolori e un misterioso grido di donna evocano lo struggimento, nella sera, della memoria di una antica felicità. Il lettore esperto, naturalmente, segue un criterio non narratologico, ma stilistico, cioè la cifratura – in questo caso davvero particolare – di una sequenza discontinua e velata da una ansiosa e crescente torsione affettiva: una partenza da un luogo indefinito (di là), un viaggio verso il sole che nasce (levante), un arrivo mattutino nella rifrazione luminosa della ricchezza cittadina (argento, bronzo, stagno, cristallo, oro); poi, il rapido attenuarsi di luci nella sera, un grido femminile, l’invidia verso un’esperienza felice da altri conosciuta. Se si legge attentamente il testo, la sequenza si drammatizza dopo il misterioso “uh”, da cui – come evento scatenante - scaturisce invidia e rimpianto della felicità: e nella sera, evidentemente infelice per il viaggiatore, si conclude – nella suggestione di quel grido per noi vuoto di significato – una partenza iniziata nel mattino. Non è perciò difficile concludere che il viaggio simbolizza, come arco temporale mattino-sera, il viaggio per eccellenza, quello della vita, che ha il suo culmine nella parola vissuto.

Devo dire, anche, al lettore, che non amo molto questo tipo di esercizio introduttivo, tramite cui si istruisce una sorta di campionatura metaforica del potenziale allusivo del testo, che agisce per sensibilizzare un’attesa interpretante. È opportuno, però, che il lettore si interroghi davvero sull’apparenza dimessa dell’enunciato, il quale, peraltro è tenuto insieme da un filo sintagmatico tutto teso a dichiarare il senso inevitabile di un percorso breve, deciso da una specie di asserto imprescrutabile della volontà, che diviene poi un affanno psicologico nel crinale, tutto umano, di una infelicità alla fine irrecuperabile: all’inizio la luce è una ricchezza metallica dove non c’è traccia di uomo, e per contrasto, poi, la velatura serotina pullula, anche se indirettamente, di una fragrante umanità, di cui è emblema una donna, il cui grido è una sorta di paesaggio sonoro inarticolato, segno - ulteriormente indiretto - di un ricordo indecifrabile di una felicità passata.

Vediamo, ora, come a poco a poco possiamo completare questo quadro tramite una seconda lettura, quella intralinguistica, che, evidentemente, io ritengo sia la fonte realmente chiarificatrice della funzione del testo nell’esordio del libro. Come ho detto procederò didatticamente, mostrando come si costruisce la struttura trattata ne La mente intralinguistica. Per prima cosa il lettore può provare, rileggendo il testo, a rintracciare tutte le parole incluse o sovraincluse di tipo “nato, nata, nati, nate”: il risultato, come può personalmente controllare, è il seguente, la loro presenza intralessicale in “gior-nate, u-nato-rre, gior-nate, u-nate-rrazza”:

Partendosi di là e andando tre gior-NATE verso levante, l'uomo si trova a Diomira, città con sessanta cupole d'argento, statue in bronzo di tutti gli dei, vie lastricate in stagno, un teatro di cristallo, un gallo d'oro che canta ogni mattina su u-NA TO-rre. Tutte queste bellezze il viaggiatore già conosce per averle viste anche in altre città. Ma la proprietà di questa è che chi vi arriva una sera di settembre, quando le gior-NATE s'accorciano e le lampade multicolori s'accendono tutte insieme sulle porte delle friggitorie, e da u-NA TE-rrazza una voce di donna grida: uh, gli viene da invidiare quelli che ora pensano di aver già vissuto una sera uguale a questa e d'esser stati quella volta felici.

Cercherò ora di mostrare come queste quattro parole intralinguistiche siano realmente dotate di un significato semantico, e non l’effetto di una semplice facilitazione della lingua italiana: la dimostrazione riguarda quanto ho accennato all’inizio, la possibilità di evidenziare una procedura rigorosa che ci aiuti a chiarire perché esse siano di per se stesse importanti.

 Il primo passo di questa procedura è l’analisi che il calcolatore fa del testo ricercando gli anagrammi  (e solo quelli)[2] di rango 5 (cioè costituiti di sequenze di cinque lettere): è, questa, una modalità d’analisi restrittiva  che, proprio per la selezione fatta nel campo anagrammatico, offre la garanzia indispensabile di un sistema analizzabile dal punto di vista permutativo-matematico, criterio che, come vedremo, evidenzia alcune proprietà particolarmente precise di coerenza. Il calcolatore rintraccia, per R=5, la seguente lista, di 49 anagrammi (con le rispettive posizioni di partenza e arrivo), nella quale compaiono, appunto, alcuni anagrammi che interessano le quattro parole appena evidenziate nate-nato (esse sono indicate in maiuscoletto  per comodità del lettore):

   2:arten             29:r-NATE                   

                        341:r-NATE                    

                        430:NATE-r                     

  21:dotre            406:orted                     

  22:otreg              231:toreg                     

  24:regior             232:oregi                      

                        337:egior                     

  26:giorn              338:giorn                     

  27:iorna              339:iorna                     

  28:ornat              196:NATO-r                     

                        340:ornat                     

  30:NATE-v              40:evante                    

  64:racit              129:tricat                    

  65:acittac            271:citta                     

  71:conse              240:nosce                      

  78:antac              177:canta                     

 122:iviel              221:eilvi                     

                        462:livie                     

 127:astri              155:rista                     

 128:stric              154:crist                     

 134:teinst             391:teins                     

 136:insta              189:tinas                     

 139:tagno              179:ntaogn                    

 140:agnou              162:ounga                     

 144:untea              429:u-NATE                     

 147:eatro              230:atore                     

 172:roche              486:cheor                     

 175:hecan              258:eanche                    

 176:ecant              257:teanc                     

 185:imatti             272:ittam                     

 195:u-NATO             513:touna                     

 202:etutte             388:tutte                     

 208:quest              291:quest                     

                        529:quest                     

 233:regia              503:ergia                     

 236:iacon              352:ciano                     

 256:stean              342:NATE-s                     

 276:malap              360:lampa                      

 292:uesta              530:uesta                     

 293:estae              531:estae                     

 294:staec              344:tesac                     

 310:vauna              439:aunav                     

 312:unase              515:unase                     

 313:naser              516:naser                     

 314:asera              517:asera                     

 316:eradi              475:diare                     

 328:requa              477:arequ                      

 345:esacc              378:sacce                     

 480:quell              547:quell                    

Il secondo passo di questa procedura è lo studio della rete di anagrammi che si ottiene solo e soltanto da questi anagrammi. Estraiamo, perciò, da questo sistema il sottoinsieme completo degli anagrammi che dipendono dalle parole incluse NATE-NATO, trascrivendolo anche (a destra) in una forma più semplificata:

  2:arten                    arten-rnate-rnate-nater

 29:r-NATE      

341:r-NATE

430:NATE-r  

 28:ornat              ornat-nator-ornat

196:NATO-r  

340:orna

30:NATE-v              natev-evante

40:evante

144:untea                    untea-unate

429:u-NATE

195:u-NATO                   unato-touna

513:toun

256:stean                    stean-nates

342:NATE-s

Questo sottoinsieme, lo sottolineo per il lettore, è per il momento coerente solo dal punto di vista della particolare selezione fatta, che privilegia, cioè, la loro dipendenza dal sistema semantico delle parole incluse NATE-NATO. Si tratta, complessivamente, di due flussi di anagrammi (i primi due) e di quattro anagrammi semplici, che ora illustrerò uno per uno, per poi ricomporli – con qualche semplificazione – nella struttura riassuntiva presentata nel libro. Il sottoinsieme, perciò, potrà assumere per noi un significato solo se, come ora vedremo, permetterà di rintracciare altri criteri facilmente riconoscibili di coerenza strutturale: in questo caso, infatti, il sistema delle parole incluse NATO-NATE non sarà più considerabile come una selezione arbitraria, ma una componente generativa evidentemente essenziale dei nuovi, diversi, tipi di coerenza che possono essere evidenziati a partire dal sottoinsieme.


  Prima di procedere alla ricomposizione di questo sottoinsieme è bene, però, osservare brevemente l’intero sistema dei 49 anagrammi che, pur nella sua complessità, indirizza alla comprensione di alcuni aspetti importanti:

Il sistema presenta flussi ridondanti dovuti alla ripetizione di alcune parole (“giornate-giornate”, “città-città”, “una sera-una sera”, “queste-questa-questa”), ma permette anche il riconoscimento di una caratteristica subito interpretabile come significativa: proprio da “arten” di “partendosi”, la prima parola del testo, ha origine il primo flusso del sottoinsieme ora trovato, ciò che ne segnala subito l’importanza generativa. Più difficile è l’interpretazione dei flussi confluenti alla fine: come si vede la parola “felici” non è interessata dal sistema, ma lo sono “quella”, “questa” e il sintagma “aver già vissuto una sera”, che come vedremo è il più importante.

Procederò, ora, alla ricomposizione del sottoinsieme degli anagrammi dipendenti da nate-nato, per mostrare come esso produce la struttura illustrata ne La mente intralinguistica (pur con alcune modifiche che man mano spiegherò), e lo farò seguendo l’ordine stesso dei sei elementi del sottoinsieme.

 Cominciamo, perciò, dal primo, il flusso che ha origine da arten, “arten-rnate-rnate-nater”, e alla sua corrispondente rappresentazione grafica, qui sotto a sinistra. Consideriamo poi il secondo flusso, “ornat-nator-ornat”, che ha origine da gi-ornat-e, giunge su “u-na tor-rre” e poi confluisce ancora su “gi-ornat-e”; trascuriamo, per il momento, il secondo anagramma nator-ornat, concentrandoci sul solo anagramma ornat-
nator, aggiungendolo al flusso già tracciato:


Aggiungiamo, ora, il terzo anagramma, “natev-evante” e il quarto, “untea-unate”:


Aggiungiamo, infine, il quinto anagramma, “unato-touna” e l’ultimo, “stean-nate

È questa, perciò, la struttura completa ricostruibile dal sottoinsieme degli anagrammi dipendenti da nate-nato. Se il lettore la mette a confronto con la figura del libro, noterà (a parte il diverso modo con cui sono tracciate le linee, che qui il calcolatore fornisce nella forma rigida di rette), due sole differenze, facilmente colmabili, che riguardano entrambe l’ultimo anagramma “stean-nates”. La prima è la prosecuzione di questo anagramma verso l’alto lungo la linea “ecant- steanc”,  la seconda il tracciamento dell’anagramma alla sua immediata destra “staec-tesac”, anagrammi che intervengono entrambi nel calcolo permutativo della struttura


È quest’ultimo tracciato, perciò, che giustifica lo schema del libro, che riporto qui di seguito:

Come mostrerò tra poco, neanche questo schema è completo dal punto di vista del calcolo permutativo: ciò dipende dal fatto che le procedure automatiche di calcolo di cui ora dispongo mi permettono di studiare flussi permutativi di maggior complessità (una volta potevo eseguire i calcoli solo manualmente). Questa procedura automatica, ora più corretta, mostra dunque una ricchezza ben più ampia del tipo di articolazione anagrammatica che maggiormente può interessare nello studio intralinguistico, il significato strutturale del calcolo matematico-permutativo. Prima di affrontarlo, consideriamo però quegli aspetti della struttura appena ricostruita che subito possono convincere di una sua reale funzione semantica e generativa nel testo

2. Ciò che subito risulta evidente, in questa struttura, è il significato dell’ultimo anagramma che la completa, “unato-touna”, che rinvia dal sintagma “mattina su una torre” a “vissuto una sera”, e quindi al legame semantico nato-vissuto. La struttura, come ho appena mostrato, viene infatti costruita proprio a partire da un insieme di anagrammi che dipende, intralinguisticamente, dalle parole “nate-nato”, di cui ci stiamo interrogando sulla loro reale intenzionalità semantica: il fatto perciò che la ricostruzione anagrammatica termini proprio sulla parola “vissuto”, e nell’opposizione a nato è una conferma di questa intenzionalità. Essa, evidentemente, porta a conclusione, ora nel piano grammaticale, un asse semantico dapprima attivo solo nel piano intralinguistico.

Questo processo risulta molto chiaro soprattutto quando esploriamo le linee testuali. La linea prodotta dal primo anagramma percorre il sistema diversificandosi, dopo “u-nato-rre”, nelle due confluenze su “unaterrazza” e su “vissuto”, in questo modo determinando, nella conclusione, l’opposizione nato-vissuto che opera nel sistema intralinguistico:

                          


Più evidente ancora è il processo generativo inverso, quando - cioè - esploriamo le linee ascendenti. La prima linea che ripercorre a ritroso il testo fino al suo inizio è proprio quella che ha origine da “vissuto”, ed è interessante osservare anche la seconda linea ascendente che si ricongiunge a questa, e definisce insieme all’altra il sintagma generativo “aver già vissuto una sera”:

 Chi ha “già vissuto una sera”, come si vede tramite questa seconda linea, è proprio il viaggiatore che è partito, e ciò evidenzia, appunto, la metafora del testo, quella di un viaggio la cui partenza comporta come termine la fine della vita. Come possiamo ora comprendere, di questa metafora il testo esprime, nel piano grammaticale, l’equivalenza “fine del viaggio=fine della vita”, mentre esprime l’altra equivalenza “inizio del viaggio=inizio della vita=nascita” solo nel piano intralinguistico: è proprio questa simmetria, implicita nella struttura bipolare di questa metafora, che persuade del significato realmente semantico della struttura intralinguistica.

A questa metafora, inoltre, Calvino aggiunge anche una seconda metafora, l’equivalenza tra inizio-fine del viaggio e l’arco temporale mattino-sera, ed è questa che dà un ulteriore, interessante rilievo all’opposizione nato-vissuto dell’ultimo anagramma. Osserviamo, infatti, con attenzione le relazioni sintagmatiche che ruotano attorno all’anagramma “unato-vissuto”, e la sua dipendenza da “giornate”:

                          

Questa piccola struttura, come vediamo, ha origine da “giornate”, e si diversifica nell’opposizione mattina-sera, che ha appunto come asse portante l’anagramma nato-vissuto. Il sintagma “mattina su una torre” implica perciò l’inizio del giorno nella nascita, e il sintagma “vissuto una sera”, viceversa, l’ “aver vissuto” nella fine del giorno: il “mattino del viaggio” è dunque la nascita, e “la sera del viaggio” il suo opposto, la morte. L’ultimo anagramma, nato-vissuto, appare pertanto – quando costatiamo la coerenza di questo sistema - realmente risolutivo nel dare significatività alla struttura trovata, essendo in grado di motivare semanticamente la funzione delle due metafore che con immediatezza sono intuibili alla lettura del testo: la vita è un viaggio che si conclude con la morte, e la vita si svolge nel breve tempo di un giorno.

Ma è attraverso questa constatazione che possiamo rintracciare due altri eventi strutturali. L’opposizione mattina-sera, se si osserva attentamente la struttura, sottintende anche un’inversione articolatoria nel piano sintagmatico: “mattina” precede “nato”, mentre “sera” segue “vissuto”. L’inversione potrebbe apparire irrilevante, se non si accompagnasse all’inversione articolatoria completa - ben più importante - , che si ha tra i due anagrammi ornat-nator e unato-touna della linea originata da “giornate”. Come ho spiegato ne La mente intralinguistica, questi due anagrammi, trascritti nella notazione permutativa (per il cui significato rinvio alle note finali), risultano l’uno l’inverso dell’altro, come si può constatare facilmente commutando nel primo la partenza con l’arrivo, cioè invertendo l’anagramma, che in questo caso risulta uguale all’altro:

                                                                                                      

             ORNAT            12345           NATOR           12345           UNATO           12345
                                         (            )                                (            )                                 (          )
                  NATOR            45123           ORNAT           34512           TOUNA           34512

                                                                                                      


La modalità senza dubbio più chiara – per il lettore inesperto - di cogliere l’identità combinatoria delle due ultimi anagrammi è scriverli evidenziando gli spostamenti simili degli stessi tratti articolatori

All’inversione sintagmatica corrisponde perciò l’inversione permutativa, ed è questo, certamente, l’aspetto strutturale che, nella mia esperienza, appare di più difficile comprensione per il lettore. Per coglierne il significato si può innanzitutto riflettere che gli anagrammi di rango 5 sono permutabili in 120 modi, e quindi l’inversione di un anagramma non è, di per sé, un’evenienza facile, ma anzi rara: quest’inversione, inoltre, avviene insieme alla trasformazione oppositiva particolare che si ha nella linea dei diversi processi, e quindi ne sottolinea la coerenza. Il primo anagramma “ornat-NATOr” sostiene con NATO la nascita, mentre l’inversione permutativa del secondo, uNATO-touna, converte NATO in “vissuto”, e sostiene quindi l’inversione semantica nascita-morte e quella mattina-sera, oltre che l’inversione sintagmatica: è questa straodinaria coerenza che giustifica, dunque, il significato dell’inversione permutativa, un aspetto del processo articolatorio che, evidentemente, tiene sotto controllo non solo la funzione semantica intralessicale delle parole nato-nate, ma addirittura la metaforizzazione di un segnale astratto d’inversione.

Ben quattro processi, come ora vediamo, rendono coerente l’ultimo anagramma, e giustificano la sua importanza come conclusione della struttura e, di riflesso, la significatività della struttura stessa:

-L’inversione dell’anagramma “unato-touna” rispetto all’anagramma “ornat-nator”.

-L’inversione nato-vissuto.

-L’inversione mattina-sera.

-L’inversione sintagmatica “mattina¬nato - vissuto®sera”.

Se accettiamo questo processo finale, fondato sull’inversione nato-vissuto, come eminentemente coerente, possiamo accettare ora anche la spiegazione - davvero più semplice - che riguarda non più il termine della struttura, ma il suo inizio, cioè il significato generativo di “partendosi”.

 Come riassumevo ne La mente intralinguistica,  proprio nella prima parola del testo, “part-endosi”, opera la radice part (separarsi) che è la stessa di part-orire: il partire di un viaggio è, da questo punto di vista, implicato intralinguisticamente nell’origine della vita, il parto, e questa è perciò la giustificazione semplice dell’immediata trasformazione del primo anagramma p-ARTEN-dosi in gio-RNATE, in cui subito si manifesta la parola nate. Questo processo, evidenziando il diverso significato di part, chiarisce come, nel piano intralinguistico, lo sviluppo del tessuto semantico sotteso dall’opposizione partorire-morire può essere interpretato, dal punto di vista generativo, in modo più complesso di una sola relazione di tipo metaforico: esso si manifesta più come un ordinamento tematico parallelo a quello testuale, dotato di una vita semantica in parte autonoma - il partorire-nascere-morire -, che un semplice livello metaforico, anche se profondo, della struttura più superficiale del testo. Su questo punto, naturalmente, proprio le riflessioni sulla teoria di Lakoff mi permetteranno di chiarire quale significato possiamo dare, in questo testo, al concetto di metafora.

In generale, se ci limitiamo per il momento agli aspetti più appariscenti dell’influenza semantica del piano intralinguistico, credo si possa convenire che alcuni di essi possono suonare subito tematicamente persuasivi, cioè coerenti dal punto di vista testuale, e riferibili proprio alla perfetta padronanza che l’autore sembra possedere del controllo sia articolatorio che semantico della desegmentazione dell’enunciato, che egli utilizza generando e saldando molte parti del testo. Ad esempio, oltre alla chiara influenza di part-partorire, un’altra parola, ARTE, inclusa in p-ARTEN-dosi sembra aver decisamente operato in senso semantico-generativo: ARTEN, come abbiamo visto, si anagramma in RNATE, che è però inclusa in ORNATE, di gi-ORNATE, cosicché anche il legame intralessicale “arte-ornamento” può entrare a far parte, e a ragione, della metafora del viaggio e della nascita; il viaggio, di fatto, introduce subito al paesaggio riccamente ornamentale della descrizione della città (argento, oro, bronzo, stagno, cristallo) che occupa la prima parte del testo. Un altro processo generativo riguarda invece il sintagma “gior-NATEV-erso l-EVANTE”, nel quale EVANT segmenta SOL in “ver-SOL-EVANTE”: la nascita – da questo punto di vista - sottintende esplicitamente, e subito, il “sol levante” del mattino, e proprio di questo levarsi in alto del sole possiamo perciò supporre sia annuncio, nel testo, il successivo canto del gallo “d’oro”; questo brilla della stessa luce dorata del sole, ma – soprattutto -  è anch’esso in alto, “su una torre”, a indicare la nascita: come abbiamo visto, il significante nato confluisce poi su “vissuto una sera”, a segnalare appunto il tramonto-discesa del sole (riprenderò in seguito il significato del canto del gallo in questo processo). Come ho fatto notare ne La mente intralinguistica, la discesa del sole viene sottintesa anche dall’opposizione alto-basso tra u-nato-rre e u-nate-rrazza: chiaramente, perciò, l’inversione sostenuta dall’ultimo anagramma, di cui abbiamo rilevato quattro aspetti strutturali, appare il vertice finale di una generale inversione, di cui la struttura mostrata è un supporto contemporaneamente rigido e fluido, di cui possiamo esplorare molti effetti della cooperazione intralinguistica-grammaticale 

                                                 * * *

3. Benché l’attenzione alle diverse proprietà dell’influenza generativa intralinguistica porti, in genere, a comprendere subito intuitivamente la concezione iperdeterminata del testo letterario di tipo poetico, e l’importanza dell’ampia selezione lessicale intralinguistica indispensabile alla coerenza testuale (processo che ho trattato a fondo in alcuni scritti specifici), il concetto di struttura qui rapidamente delineato è però, credo, molto diverso da quello cui siamo abituati: di fatto, anche nei casi più semplici qui per il momento trattati, il controllo articolatorio della segmentazione segnala un piano associativo inferenziale di complessità sconosciuta, che solo un’attenta procedura d’analisi può portare alla luce e accertare negli aspetti di diversa importanza strutturale e, soprattutto, di diversa certezza generativa.

Penso sia perciò utile ricordare la spiegazione strutturale-neurofisiologica che io do della apparente singolarità di questi processi, ciò che permette di comprenderli nel loro significato costruttivo durante le fasi di generazione del linguaggio. Quando la mente procede alla cernita del materiale lessicale adatto all’ideazione, essa si appoggia, necessariamente, alle due principali proprietà che rendono stabile un significante nel sistema nervoso, l’ordine corretto della sequenza delle lettere, e i demarcatori di inizio-fine della sequenza.

In questo processo, perciò, il formarsi di una parola si accompagna al necessario controllo, nello sfondo delle attività nervose, di due instabilità, il disordine combinatorio della sequenza, che dà luogo a anagrammi della sequenza, e il sovrapporsi di altri possibili demarcatori inizio-fine, che dà luogo alle parole incluse. È questo disordine che, dissipato nel linguaggio ordinario, può invece venire utilizzato costruttivamente nella generazione del linguaggio letterario-poetico, potendo fornire, infatti, legami associativi utili all’ideazione. Si tratta - per così dire - di una sorta di ottimizzazione dell’instabilità articolatoria, che può attrarre la mente proprio per la riduzione del carico dissipatorio della lingua (concetto che riprenderò in seguito).

 Vediamo subito un altro aspetto di questa iperdeterminazione semantica e metaforica del testo, mentre quelli più complessi riguarderanno la parte finale di questa trattazione, che richiedono alcune spiegazioni teoriche particolari.

 Ad esempio, nell’analisi del brano, la parola inclusa ARTE appare subito importante, per un processo ben più interessante di quello già evidenziato nel legame di “arte” con “ornate”: nella struttura ora delineata, infatti, due altre parole, CANTA e TEATRO, sono implicate in vincoli generativi confluenti su nate, cosicché la terna “arte, canto, teatro” sembra indicare proprio la metafora più complessa del testo, l’intera attività artistica come fonte di nascita e di vita. Questo sistema semantico è un esempio di orditura metaforica che trae senso solo da un sistema di inferenze ben controllate, ciascuna delle quali fa da ponte strutturale stabile per le altre.

 Innanzitutto bisogna accettare (come spero di aver dimostrato) la reale influenza del sistema semantico intralinguistico nato-nate; poi la plausibile influenza della parola inclusa ARTE nel segmento ARTE-N che si anagramma in R-NATE (ciò che rinvia, a sua volta, alla plausibilità di ORNATE); poi la funzione generativa reale che le altre due parole CANTA e TEATRO hanno rispettivamente su R-NATER e U-NATE, ciò che dipende ancora dalla coerenza complessiva dimostrabile nella struttura (il calcolo delle identità permutative, come vedremo, esplicita al meglio questa coerenza).

 Una volta definito e accertato questo sistema di vincoli, la metafora assume, di per sé, un significato anch’esso strutturale, ma evidentemente ricco di tutte le inferenze associative che concorrono a determinarla, ciò che comporta una stratificazione - per così dire gerarchica - della rete di dipendenze interne. Il suo significato più semplice è, appunto, la vita come intera attività artistica, ciò che non appare estraneo né alla personalità dell’autore, né, soprattutto, al significato potenzialmente inaugurale del testo rispetto al libro, di cui è, appunto, il primo: la metafora appare infatti una sorta di manifesto poetico, tramite cui possiamo supporre che Calvino definisca la figurazione soggettiva, profondamente intima, della responsabilità che egli si sta assumendo, dare vita al libro e, naturalmente, dare vita al se stesso che proprio in questo testo esprime, fin dall’inizio, il dramma della vita –in questo caso la vita artistica - che si esaurisce rapidamente nella morte.

 Molte altre metafore sono implicite, come vedremo, in questa così complessa rete di inferenze, ma prima di affrontarle (e di definire la struttura matematica che ne giustifica altri importantissimi aspetti) è opportuno attuare prima un breve confronto con la teoria di Lakoff, che ha singolari attinenze con alcune proprietà di questa struttura.

4. Nella teoria di Lakoff[3] la metafora ha come centro produttivo - per dirla in breve - una teoria del pensiero, e non il linguaggio. Questa asserzione, che può sembrare ovvia, ma anche contraddittoria (essendo il linguaggio la forma espressiva per eccellenza del pensiero) segnala la priorità di base che per questo studioso giustifica la presenza ubiquitaria del processo metaforico:

[....]In breve, il luogo della metafora non è affatto il linguaggio, ma il modo in cui concettualizziamo un dominio mentale nei termini di un altro. La teoria della metafora risulta, nel suo complesso, proprio dalla caratterizzazione delle mappature che attraversano i domini concettuali [....] Ne risulta che la metafora (una mappatura attraverso domini concettuali) è assolutamente prioritaria nella semantica del linguaggio ordinario, e che lo studio della metafora letterale è solo un’estensione dello studio della metafora concettuale. Quest’ultima è formata da un’ingente sistema costituito da migliaia di mappature attraverso domini concettuali, che poi vengono usate anche nella metafora letteraria.

Lo scopo di questa puntualizzazione riguarda, per Lakoff, il concetto di metafora letterale, cioè l’uso tradizionale di interpretare la metafora a partire dagli elementi linguistici ordinari, per estenderne poi il significato ad un contesto particolare. Ciò che sta a cuore di Lakoff è il processo inverso, cioè la spiegazione delle estese proprietà di generalizzazione della metafora, che vertono sulla polisemia dei significati e sui modelli di inferenze trasferibili da un dominio all’altro, proprietà che - dopo la rivoluzione chomskyana e lo sviluppo delle teorie neurocognitive - implicano come prioritario un modello concettuale della mente.

Per uno degli esempi preferiti da Lakoff, la metafora l’amore è un viaggio, ecco un tipico processo di generalizzazione metaforica:

Guarda quanta strada abbiamo fatto. È stata una strada lunga e sofferta. Ormai non possiamo tornare più indietro. Siamo ad una svolta. Stiamo imboccando strade diverse. Potremmo seguire strade diverse. Non stiamo andando da nessuna parte. Siamo bloccati. Stiamo girando a vuoto. Il nostro rapporto sta uscendo dai binari [....]

Per questo caso così egli definisce la metafora e il significato della mappatura:

La metafora coinvolge la comprensione di un dominio dell’esperienza, l’amore, nei termini di un dominio molto diverso dell’esperienza, il viaggio. In senso tecnico la metafora può essere definita come una mappatura (in senso matematico) da un dominio di partenza (nel nostro caso il viaggio) a un dominio d’arrivo (nel nostro caso l’amore). La mappatura è strutturata con estrema precisione. È costituita infatti da corrispondenze ontologiche, attraverso le quali le entità nel dominio dell’amore (per esempio gli amanti, i loro scopi comuni, le loro difficoltà, la relazione amorosa) corrispondono sistematicamente alle entità del dominio del viaggio (i viaggiatori, il veicolo, i luoghi d’arrivo) [....]

In questa definizione Lakoff postula, nel processo di mappatura, corrispondenze ontologiche, ricorrendo ad un termine, “ontologiche”, marcato filosoficamente. È forse utile per il lettore, anche per alcune considerazioni che farò, dare un senso preciso a questo termine, che riguarda semplicemente, per Lakoff, il tipo di entità che caratterizzano le categorie mentali di base. Tali entità (e quindi il significato di ontologico) sono per lui inerenti alle diverse concezioni - formatesi lungo il percorso che da Chomsky porta alla semantica generativa di Lakoff, Ross, McCawly, e poi agli sviluppi cognitivi di Neisser, Talmy, Langacker, Brigman - di una mente dapprima considerata astratta e ora, invece, per questo autore, meglio definibile come mente incarnata. Così Johnson, sostenitore con Lakoff della teoria, riassume questo concetto:

[....]La Rosch e altri studiosi hanno inoltre scoperto che la natura corporea dell’uomo gioca un ruolo centrale nella struttura categoriale. Esiste, cioè, un livello di base della categorizzazione che dipende dalla nostra attitudine ad immaginare, dal nostro apparato percettivo, dalla nostra capacità di manipolare gli oggetti e dagli obiettivi che ci prefiggiamo in qualità di creature che vivono all’interno di un corpo: la struttura concettuale di ogni persona non è indipendente dalla corporeità che caratterizza la persona [....] In maniera analoga abbiamo scoperto che il modo complesso con cui il nostro corpo interagisce con l’ambiente è profondamente connesso al modo che abbiamo di concettualizzare la realtà, comprese le forme più astratte di ragionamento [....] Alcuni schemi motori e spaziali [sono] alla base della concettualizzazione e del linguaggio: mi riferisco a strutture come quella che procede da un’origine e, attraverso un percorso, arriva a una conclusione (origine, percorso, conclusione),  a quella dell’equilibrio, del contenitore, del moto forzato e dei cicli. Si tratta di modelli ricorrenti della nostra esperienza corporea, che non risultano spiegabili in termini di astrazioni simboliche perché, essendo connessi alla corporeità, non possono essere compresi a prescindere da essa [....] Comprendiamo un concetto astratto come “amore”, “democrazia”, “amicizia”, o “mente” attraverso metafore radicate nell’esperienza corporea e vincolate da immagini schematiche [....]

Più sinteticamente ancora, la natura ontologica di queste categorie mentali di base è ben riassunta da Johnson in due assunti fondamentali:

-Abilità cognitive incarnate. Alcune strutture e operazioni cognitive sono condivise da tutti gli esseri con lo stesso tipo di corpo e di sostanza neurale di cui siamo dotati anche noi. Tuttavia noi siamo meravigliosamente plastici e malleabili, a seconda dell’apprendimento e delle interazioni con il nostro ambiente.

-La forma è provvista di significato. Le forme che esistono nella nostra concettualizzazione e nel nostro ragionamento sono il risultato della tradizione filogenetica e ontogenetica. Le forme cognitive hanno senso, per noi, per la natura del corpo e degli ambienti in cui viviamo.

Ho precisato questi punti (l’ultimo dei quali fa riferimento alla filogenesi) per il significato che il termine ontologico è destinato ad assumere – come vedremo - in questa teoria della generatività intralinguistica, di cui l’esempio che sto esplorando offre – nel tema di una struttura inconscia che ha come centro la nascita – molti spunti di riflessione sull’influenza di tipo filogenetico che può aver concorso a determinarla.

Per attenerci, per il momento, al modello dichiarativo della teoria di Lakoff, cioè l’attenzione da porre agli aspetti concettuali di base della metafora, ed evidenziarne il loro singolare rapporto con questa struttura, consideriamo ora come una studiosa del settore, C. Cacciari, riassume nel suo libro Teorie della metafora[4] la posizione di Lakoff:

[....]Alla innumerevole quantità di metafore producibili tramite il linguaggio corrisponde cioè un numero finito di metafore concettuali di base che si combineranno tra di loro (Lakoff parla di “grappoli” di metafore concettuali) per dare luogo a ciò che comunemente definiamo come frase metaforica. Alcuni esempi di metafore concettuali generali e riferite a due domini specifici (la vita e la morte) sono elencati di seguito (sono scritte per convenzione degli autori in lettere maiuscole per distinguerle dalle corrispondenti frasi metaforiche, cfr. Lakoff, Turner, 1989, p.52):

   a)metafore generali: GLI SCOPI SONO DESTINAZIONI; GLI EVENTI SONO AZIONI,

   b)metafore concernenti la vita e la morte: LA VITA È UN VIAGGIO; LA MORTE È UNA PARTENZA; LE PERSONE SONO PIANTE; LA VITA È UN GIORNO; LA MORTE È UN SONNO; LA VITA È UN TEATRO. [....]

Consideriamo il punto b, in cui sono elencate sei metafore concernenti la vita e la morte, evidentemente ritenute dagli autori (e da questa studiosa) le più rappresentative tra quelle concettuali di base di tale dominio. È questo singolare elenco che appare, sorprendentemente, la fonte generativa profonda della struttura di Calvino, una volta che si accettano come semanticamente attive le parole incluse nate-nato e le si equipara al generico significante vita. Consideriamole una per una, riportandole qui sotto:

1-LA VITA È UN VIAGGIO

2-LA MORTE È UNA PARTENZA

3-LE PERSONE SONO PIANTE

4-LA VITA È UN GIORNO

5-LA MORTE È UN SONNO

6-LA VITA È UN TEATRO.

La prima metafora, LA VITA È UN VIAGGIO, è – come abbiamo visto – la metafora immediatamente rintracciabile già nel solo piano lessicale ordinario. Nella struttura trovata, però, la metafora ha come supporto specifico il sistema associativo intralinguistico nato-nate, che permea nascostamente il testo, e fa quindi da fondamento vitale al viaggio inaugurato da “partendosi”: da questo punto di vista la metafora fa riferimento ad un livello certamente di base, il quale colpisce, però, perché – essendo inconscio – accede al significante primario della vita, la nascita, e quindi all’aspetto davvero inaugurale, concretamente corporeo, dell’esser messi al mondo. Ciò suggerisce, perciò – seguendo la terminologia di Lakoff – una proprietà davvero primaria di quella mente che egli definisce incarnata, che getta una luce particolare sul significato ontologico di questa metafora.

La seconda metafora, LA MORTE È UNA PARTENZA, è però strettamente esemplificativa di questa struttura, perché è innegabile che ne riassuma la conclusione su “vissuto” e la sua origine da “partendosi”:  anche questa metafora può essere colta nel piano lessicale ordinario, ma è quello intralinguistico che esplicita la sorprendente linearità del flusso anagrammatico che ritaglia, dal piano grammaticale, il legame partenza-morte. Da questo punto di vista la metafora ontologica di Lakoff è la prova più semplice di una reale tensione generativa, nella mente di Calvino, che sottende interamente la struttura.

 La quarta metafora, LA VITA È UN GIORNO, riconoscibile facilmente anch’essa nel piano ordinario, è, invece, rappresentata dalla parte terminale di questa struttura: come abbiamo visto la sua conclusione ha origine da “giornate”, e vincola l’asse anagrammatico nato-vissuto all’opposizione mattina-sera. È, come ho spiegato prima, la componente strutturale più forte del flusso anagrammatico, e certamente ciò ha un corrispettivo nell’evidenza – per noi – assolutamente intuitiva della metafora, che a ragione Lakoff postula come ontologica. Nel piano intralinguistico, però, essa utilizza il controllo articolatorio permutativo, e questo aspetto strutturale, perciò, comporta delle riflessioni particolari sul tipo di funzioni generative – addirittura matematiche – che possono giustificare la complessità della metafora.

  La quinta metafora, LA MORTE È UN SONNO, non compare direttamente nel testo, ma indirettamente, tramite la metafora inversa che possiamo ricavare da essa, LA VITA È LA VEGLIA: questa metafora è rappresentata dal canto mattutino del gallo, che appunto risveglia dal sonno, in alto “su u-nato-rre”, in cui il significante intralinguistico nato permea il risveglio di vitalità; e, di converso, questa stessa metafora ci chiarisce come la conclusione “vissuto una sera” alluda non solo alla morte, ma appunto al sonno della sera come morte. È, questa, perciò, una metafora che si manifesta come trasformazione di quella di base, ma con un significato strettamente equivalente.

 La sesta metafora, LA VITA È UN TEATRO, è quella meno usuale tra le sei, ed è quindi in un certo senso sorprendente constatarne la presenza nella struttura per effetto di un solo, semplice, vincolo anagrammatico, quello che rinvia da UNTEA-tro a UNATE-rrazza, e quindi implica il “teatro” nella nascita-vita. Tale metafora è in realtà complessa, e se ne può cominciare a vedere qualche motivo. Il “teatro” è di cristallo, e ciò implica un palcoscenico osservabile dall’esterno: la terrazza, in cui è inclusa nate, è però uno spazio aperto, in cui viene emessa una voce, e sottintende perciò, a sua volta, un proscenio, che rinvia dunque a quello ipervisibile, del “teatro di cristallo”. Ciò suggerisce un’altra metafora, il teatro come rappresentazione “trasparente” della vita, oppure, in una forma più ambigua, la vita interiore contrapposta a quella teatrale, esteriore, della vita visibile: la sesta metafora, proprio per gli effetti che produce, è certamente costruita tramite un livello linguistico più complesso, ma – come vediamo – è, nella sua radice, per Lakoff, di tipo ontologico, radicata perciò in un livello di base. Il fatto, dunque, che Calvino se ne serva, inconsapevolmente, come componente naturale della più ampia struttura, suona una conferma singolare di un processo generativo trattabile davvero in modo unitario, indipendentemente dalla successiva conferma che possiamo darne, come vedremo tra poco, nel flusso matematico-permutativo.

Delle sei metafore solo la terza, LE PERSONE SONO PIANTE, non si manifesta nella struttura. Essa è, in realtà, allusa nella descrizione ornamentale dell’inizio, ma tramite alcune sottili inferenze. Riflettiamo che le persone sono vive, e per questo motivo possono essere assimilate alle piante, a loro volta vive: le persone non-vive, perciò, non possono essere piante, e possono quindi essere assimilate solo al mondo non più vegetale, ma minerale. Le statue in bronzo di tutti gli dei rivelano una sorta di lascito semiotico di questa inferenza: gli dei non sono persone, e forse non è neppure possibile definire se sono realmente vive, non potendo morire; come non-persone, però, si può asserire che sono non-piante, cioè forme solo inanimate, non vegetali; di fatto, come vediamo, hanno forme umane, ma non-vive e metalliche, e sono perciò statue di bronzo. Questa inferenza, che si appoggia alle proprietà dell’inversione semantica, non è dello stesso tipo utilizzata nella precedente trasformazione “LA MORTE È UN SONNO ® LA VITA È LA VEGLIA”, e quindi non permette di asserire con certezza che anche la terza metafora, LE PERSONE SONO PIANTE, è realizzata nella struttura: il fatto che, però, possa condurre, per l’enunciato solo descrittivo “statue in bronzo di tutti gli dei”, ad un’interpretazione metaforica del tipo gli dei non sono umani, corrisponde singolarmente all’immagine di una città il cui nome Diomira, evoca dapprima, nella mattina, solo una visione mirabile di divinità priva, però, di presenze umane, che solo alla sera si intuiscono muoversi nella città.

Credo sia chiaro, ora, perché questo singolare raggruppamento di sei metafore appaia una conferma esplicita della reale forza strutturale della rete intralinguistica che ha origine da “partendosi” e confluisce su “vissuto”. In un certo senso le proprietà metaforiche di questa struttura potrebbero apparirci solo in un aspetto ovvio, essendo, come asserisce Lakoff, di tipo ontologico, cioè predisposte in categorie concettuali della nostra mente, cosicché il poterle percepire come immediatamente naturali può fare correre il rischio di interpretarle come il solo effetto di un’intuizione critica banale: l’effetto suggestivo invece scompare quando si constata la straordinaria coincidenza tra una teoria concettuale della metafora e le proprietà di questa struttura unitaria, che sembra quasi esemplificare, in una forma assai concreta, un modello didattico delle metafore di base.

 La caratteristica di questa struttura, lo ricordo, è il suo poter essere ottenuta da una procedura che ne garantisce una coerenza riferibile solo all’intenzionalità inconscia di Calvino: è però questa struttura inconscia che, con perfetta eleganza e sinteticità, produce un altro tipo di coerenza, quella delle metafore ora evidenziate e condivise da una diversa teoria. Come ho anticipato è la concordanza tra le proprietà di due differenti coerenze che credo possa rassicurare nel modo più semplice che il sistema intralinguistico delle parole nate-nato è, a tutti gli effetti, il generatore reale della struttura: né, credo, un altro sistema intralessicale potrebbe meglio rappresentare il convincimento di Lakoff di una mente incarnata, cioè l’idea di un sistema concettuale che, per quanto astratto, si radica nel corpo.

                                                     * * *

5. Il problema che, naturalmente, sarebbe ora importante affrontare è il significato che possiamo dare ad “ontologico” rispetto all’evidenza di questo processo strutturale. Benché questa parola sia molto attraente, perché serve a ricordare l’importanza di una concezione filosofica della lingua e – contemporaneamente – costringe a riflettervi partendo, in questo caso, da una struttura inconscia palesemente forte, essa è, però, anche una parola troppo ricca di referenze concettuali per poter essere utilizzata, in questo scritto, in senso realmente epistemologico. Nelle pagine che seguono, però, proverò a mostrare come, approfondendo il significato della struttura appena descritta, possiamo - in un certo senso – circuire questa ampia tematica, entrando nel merito di alcune procedure fini dell’analisi strutturale intralinguistica, le quali hanno il vantaggio, quando condotte esplicitando sempre il criterio di coerenza adottato, di indurre in genere delle riflessioni ampie e argomentate su aspetti sconosciuti del processo generativo del linguaggio.

 La natura ontologica del linguaggio è, da questo punto di vista, qualcosa che si rivela – proprio come sosterrebbe Lakoff – esplorando la tessitura delle metafore che si proiettano continuamente da un dominio concettuale all’altro, e che il sistema intralinguistico evidenzia assumendo un punto di vista particolarmente privilegiato, quello intenzionale ma inconsapevole: proprio perché tali processi sono supposti inconsci essi, quando sono dimostrabili per le loro proprietà di coerenza, selezionano per noi (e quindi li garantiscono) alcuni eventi strutturali di natura straordinaria, che la mente pone a fondamento, in genere per noi sconosciuto, della generatività linguistica. Questi eventi, dunque, non definiscono, di per sé, la natura strettamente ontologica della mente, ma immettono spesso in una prospettiva intuitivamente concreta del farsi della mente nel linguaggio e, di riflesso – ciò che certamente interessa il critico strutturalista – il significato e l’importanza  dell’analisi intralinguistica nel dare un contributo chiarificatore ai processi generativi del linguaggio e al significato stesso di struttura. Per la particolare importanza di questi processi, e nella speranza di esplicitare con accuratezza i criteri di coerenza necessari al loro accertamento, mi scuso con il lettore di una certa meticolosità, un po’ didattica, delle argomentazioni che seguono.

6. Il vertice teorico certamente più interessante di questo testo è, come ora mostrerò, la ricca e davvero complessa rete di tipo matematico-permutativo che rende stabile la struttura appena mostrata. La descrizione di questa rete evidenzia diversi tipi di processi, che vertono sull’interpretazione che noi possiamo dare, sia dal punto di vista formale che semantico, a proprietà molto precise del controllo articolatorio del significante, e alla loro influenza su ciò che io definisco la selezione gerarchica degli effetti associativi intralinguistici,  senza la quale il processo intralinguistico risulterebbe instabile.

Il significato del controllo articolatorio preciso della sequenza sintagmatica - il primo punto su cui mi soffermerò - riguarda, al contrario di quello che ci si potrebbe aspettare (cioè un carico eccessivo nei processi generativi), una sorta di criterio di economia del flusso articolatorio permutativo, che io in genere illustro facendo riferimento al concetto di rima. Nel linguaggio poetico la rima è certamente un criterio associativo di massima efficacia testuale, e svolge la sua funzione, dal punto di vista articolatorio, tramite la condivisione di una sequenza di lettere uguali nei significanti (ad esempio r-OSA/c-OSA): la sua proprietà economica riguarda perciò la riduzione del numero di lettere impiegate (in questo caso A, C, O, R, S), e anche la riduzione dell’ordine sequenziale possibile delle lettere comuni, che è identico (OSA-OSA).

 L’anagramma, invece, come sono solito spiegare, utilizza solo la prima di queste due proprietà economiche, la condivisione di lettere comuni, mentre non condivide l’ordine sequenziale, che viene diversamente permutato (r-OSA/c-ASO): è proprio questa libertà che permette di generare, sempre ottemperando ad un principio economico, una varietà molto più ampia di strutture combinatorie, quindi adattabili a molteplici esigenze del testo poetico. È questa concezione economica, sia della rima che dell’anagramma, che permette di comprendere, ora, un terzo criterio di economia, quello tra più anagrammi, che non hanno in comune le lettere ma, appunto, l’ordine permutativo. Un esempio tratto proprio da questo testo permetterà di comprendere facilmente il significato di questo terzo criterio.

Consideriamo il sintagma “in stagno”: nel sistema di rango 5 mostrato in precedenza, due anagrammi, A e B (le lettere qui sono arbitrarie) hanno origine da esso, confluendo su “canta ogni mattina su”; A è l’anagramma semplice INSTA-TINAS, e B, originato da TAGNO, è l’anagramma consecutivo NTAOG-TAOGN, dotato, perciò, di due diversi riordini, che conviene indicare come B1 e B2:

                       


Se ora consideriamo, per gli anagrammi A e B1, le loro notazioni permutative, vediamo che queste sono uguali (per il lettore non abituato a questa scrittura è più semplice constatare l’identità degli spostamenti fisici delle lettere):

Come dunque vediamo, i due anagrammi sono accomunati dal modo identico con cui vengono riordinate le lettere di partenza. Da questo punto di vista le quattro sequenze che costituiscono i due anagrammi presentano questa singolarità: esse, pur non avendo in comune le stesse lettere - e quindi non formando un sistema di rime - ottemperano insieme alla seconda proprietà economica della rima, la riduzione dell’ordine sequenziale possibile, che è identico per i due anagrammi. È questo terzo criterio, l’identità del riordino permutativo tra due diversi anagrammi, che perciò introduce ancora una proprietà economica, assimilabile, rispetto all’ordine sequenziale identico, a quella della rima tradizionale, e perciò, più correttamente, definibile come rima ordinale o rima pemutativa.

Nel campo combinatorio di rango 5 esistono, come ho detto, solo 120 riordini possibili di un anagramma, e quindi solo 120 rime ordinali, ciò che chiarisce il significato pratico di questo criterio economico: il piano sintagmatico può venire generato con l’ausilio riduttivo del compito articolatorio, ciò che certamente comporta una diminuzione - a sua volta - del campo lessematico adattabile a questo particolare riordino, ma produce come possibile vantaggio relazioni associative utilizzabili nel dispositivo testuale.

 Ciò che colpisce in questo piccolo flusso è, ad esempio, la giustificazione intuitiva che si può dare dell’identità, che appare generata, appunto, per attuare una sorta di geminazione sintagmatica: le due sequenze sono compenetrate (INSTA-TAGNO) e, presumibilmente, proprio perché vincolate dal comune processo articolatorio, invece di disperdersi nel testo, generano subito un altro sintagma, “caNTA OGNi matTINA Su”; consecutive all’origine, rimangono inoltre consecutive all’arrivo, ciò che suggerisce, soprattutto, una tensione articolatoria mirata a loro effetti di vicinanza, che possiamo interpretare solo ricordandoci che anche la rima produce i suoi effetti preferenziali tramite la vicinanza dei segmenti identici. Nel processo il significato economico della riduzione articolatoria diviene manifesto proprio quando riflettiamo che esso può produrre un nuovo sintagma non come semplice scelta lessicale libera, ma come conseguenza di una selezione lessicale guidata da una identità articolatoria, in modo simile a come la rima può fare da guida alla generatività poetica.

Il significato dell’induzione generativa di tipo ordinale ha, in realtà molte altre somiglianze con quella della rima, la cui funzione di richiamo opera non solo tra rime vicine, ma anche tra rime distanti, e, soprattutto, opera attraverso sistemi di rime. Il campo permutativo di rango 5 offre, come ho detto, 120 possibili rime ordinali diverse, e perciò un sistema chiuso di 120 rime ordinali, le cui proprietà, come ora vedremo, trapassano da quelle semplici, più facilmente assimilabili alle rime tradizionali, a quelle, più complesse, in verità davvero straordinarie, del campo ordinale astratto dei gruppi permutativi, che sono di tipica competenza dell’algebra. Se proseguiamo l’esempio precedente possiamo vedere subito alcune di queste proprietà e perché, anche solo ad un rapido esame, confermino il significato economico attribuibile ai processi d’identità articolatoria.

Consideriamo, perciò, ora, oltre ai due precedenti anagrammi già discussi, anche i due immediatamente seguenti, cioè la successione dei seguenti quattro anagrammi, con le relative scritture permutative :

   

INSTA  12345     TAGNO   12345     TAGNO   12345     AGNOU  12345          UNTEA    12345
          A=(           )               B1=(         )               B2=(        )               C=(         )                     D=(         )
    TINAS  23514     NTAOG   23514     TAOGN   12453     OUNGA   54312          UNATE    12453

Come ora possiamo constatare, l’economia articolatoria del breve tratto INSTAGNOUNTEA interessa non solo la precedente identità A=B1=23514, ma una seconda identità B2=D=12453, tra gli anagrammi TAGNO-TAOGN e UNTEA-UNATE: questa, diversamente dall’altra, definisce ora sequenze di arrivo UNTEA e UNATE tra loro lontane nel testo e quindi, nell’analogia prima proposta, una rima ordinale che opera a distanza, di cui poi vedremo il rinforzo nella struttura principale. Ciò che è importante che il lettore rilevi è però l’aspetto sistematico, in questo tratto dell’enunciato, del controllo economico articolatorio, nonché la sua eleganza: un solo anagramma, TAOGN-NTAOGN, con le sue due permutazioni, vincola altri due anagrammi, ciò che rivela una parsimonia ulteriore, davvero semplificatrice, di questo flusso. Benché questo processo, credo, sia già esplicativo della precisione del controllo articolatorio, e del suo significato economico, un’ultima identità è ancora rintracciabile in questo sistema, e dipende dall’operatore algebrico del prodotto permutativo.

Dei quattro anagrammi consecutivi, rimane infatti privo di legami permutativi il terzo, C, l’anagramma AGNOU-OUNGA, che confluisce nel definire proprio il soggetto, il gallo, del canto. Se però si considera la linea che dal primo anagramma, A, INSTA-TINAS, si forma concatenandosi con l’anagramma E, IMATTI-ITTAM, e si esegue il prodotto delle permutazioni di A e E,[5] si trova proprio l’identità C=A*E1. Non si tratta, in questo caso, di un’identità articolatoria reale, ma astratta, perché il significato dell’operatore prodotto permutativo è quello di connettere, con un calcolo, i due ordinamenti parziali della linea: il calcolo, però, unifica la linea, e questa proprietà di unificazione è sostenuta dall’identità A*E1=C.

              

Rinvio alle note finali la dimostrazione di questo calcolo, che però è importante che il lettore provi a verificare personalmente (insieme a quello di altri esempi), costituendo esso la procedura essenziale che permette di trovare le identità delle altre linee trattate in seguito. Come egli vedrà effettuando il calcolo, vi è una certa sorpresa nel constatare come la formula C=A*E1, di stampo nettamente matematico, consenta di dedurre un riordino, A*E1, non fisicamente reale, ma presente solo in un campo ordinale astratto. È, più esattamente, proprio in questa astrazione, evidentemente concreta nella mente, che vedremo situarsi, e con ben maggiore evidenza di questo semplice calcolo, le proprietà più stupefacenti dei vincoli ordinali permutativi.

Ciò che importa per il lettore, in questo esempio, è soprattutto il significato del controllo articolatorio. Credo che il lettore possa infatti ora riconoscere che la successione dei quattro anagrammi comprende proprietà ordinali inusuali, riferibili a vincoli di diverso tipo, tutti riferibili ad una coerenza economica generativa, e che stimolano anche a un’attenzione particolare sul possibile significato che essi hanno sia localmente sia rispetto a una più ampia funzione testuale. Consideriamo infatti, nuovamente, il sistema dei quattro anagrammi:

        

Come ora vediamo, i primi tre anagrammi originati da “in stagno un tea-tro” appaiono chiaramente volti a produrre, nell’immediata prosecuzione dell’enunciato, la più ampia relazione  sintagmatica soggetto-verbo del “gallo che canta ogni mattina”. Il quarto anagramma, invece, confluisce su “una terrazza”, apparentemente estranea a questo sistema, ma non è difficile accorgersi di come il primo anagramma, arrestandosi su “mat-TINA S-u una torre” proponga proprio la relazione oppositiva torre-terrazza, che entra quindi a far parte, pur associativamente, di questo piccolo flusso. Se ci si ricorda, infine, che dalla terrazza viene emesso un grido, la struttura assume, però, un ulteriore rilievo: essa appare delineare, per l’evidenza ricostruttiva dell’ampio sintagma “un gallo che canta ogni mattina”, proprio il nucleo testuale che più esplicitamente, nel testo, fa da fondamento all’asse della sonorità, cioè il canto del gallo sulla torre: le opposizioni torre-terrazza e canto-grido sono quindi inferenzialmente sottese dal piccolo sistema.

 Quando ci si inoltra nel campo ordinale permutativo si è naturalmente attratti, ove questo si dimostra di tipo strutturale, a esplorarne anche risonanze minime, in analogia a quanto Jakobson suggerisce per il significato sempre potenzialmente semantico della rima. Ad esempio ci si può chiedere perché proprio dal sintagma “in stagno” abbia origine il nucleo principale “canta ogni mattina”, ma in un campo semantico diverso: solo dopo molti altri accertamenti, verso la fine di queste pagine, proporrò quella che mi sembra l’interpretazione più plausibile della importanza generativa di “in stagno”.

7. Il flusso articolatorio che ho mostrato è quanto io definisco un nodo discendente, cioè un sistema di anagrammi studiato esplorandone le proprietà di coerenza generativa che possono diffondersi nel testo in tratti diversi e anche lontani dell’enunciato (come per l’anagramma UNTEA-UNATE). Molto più importanti sono, invece, i nodi confluenti, quei sistemi di anagrammi che, viceversa, raccolgono in modo compatto le riarticolazioni provenienti da parti diverse del testo, e nei quali si possono ricercare le identità articolatorie che definiscono, ora, una economia rivolta a privilegiare il nodo d’arrivo.

 La grande significatività del testo di Calvino è proprio nella rete che viene a formarsi, in modo molto compatto, tra quattro diversi nodi confluenti, e che ha come principali vertici il penultimo nodo “giornate s’accorciano”, su cui si formano cinque identità, e quello finale “una terrazza”, su cui converge un’altra identità; una settima identità si forma nel nodo “viste anche”; come vedremo in una seconda struttura, altre identità gravitano nella prossimità di questi quattro nodi, creando una sorta di iperdeterminazione di vincoli permutativi sia interni ai nodi sia vicino ad essi.

                  

 In questa struttura, la più importante, le sette identità articolatorie che individuano le linee del flusso interessate al calcolo (e poste in corrispondenza ai nodi su cui convergono) implicano pressoché tutte il prodotto permutativo,[6] e solo di recente, come ho anticipato all’inizio, ho potuto rintracciarle con un programma d’analisi adeguato alla complessità di questa struttura.

 Poiché certamente il lettore può trovare difficile l’interpretazione delle identità permutative in questo ricco flusso, estraggo come esempio le linee di questa struttura che corrispondono alle identità AFG=H12N12Q  e M= H21N1QB, relative ai due ultimi nodi, le più rappresentative e le più compenetrate nelle rispettive confluenze:

 

Nella prima identità AFG=H12N12Q  il prodotto AFG definisce la linea che, originata da “partendosi” passa per gio-rnate e u-nator-re; il prodotto H12N12Q la linea che ha origine da “sessanta” e, transitando per “canta” e “viste anche”, confluisce su gior-nates. Le due linee colgono, come vediamo, tre delle parole nato-nate del sistema intralinguistico della struttura già studiata. La quarta di queste parole è colta dalla seconda identità M= H21N1QB: in essa M individua l’anagramma che ha origine da “un teatro”e confluisce su unate-rrazza e il prodotto H21N1QB  rappresenta la linea che si prolunga, da quella già vista prima, su u-nate r-razza.

 L’interesse di questi due flussi è perciò nel poter riproporre e chiarire ora, da un punto di vista articolatorio permutativo, le proprietà della struttura studiata all’inizio. I due flussi raccolgono l’intero sistema delle parole incluse nato-nate, e quindi ne confermano la rilevanza unitaria nel testo, ma ciò non avviene più, come nella trattazione iniziale, tramite un semplice criterio di coerenza costruttiva e semantica: alla forza compenetrativa delle rispettive confluenze di questi due flussi (ornat-rnate e unate-nater) si accompagna ora un controllo dell’articolazione che definisce, attraverso un calcolo, alcune identità che gravitano proprio sui nodi e che possiamo interpretare come un rafforzamento del vincolo compenetrativo.

 Se ricordiamo che, nell’analogia proposta, le identità permutative sono assimilabili alla rima, possiamo supporre che, per quanto a noi possa sembrare stupefacente, è una sorta di richiamo astratto, quello del campo ordinale, che attrae la convergenza delle linee nei nodi. Dal punto di vista generativo - quello che fa da fondamento a questa teoria - vale però, più semplicemente, l’opposto: è la proprietà astratta di un campo permutativo che sorveglia, in questo testo, l’articolazione ordinaria, suturandola in linee di convergenza mirate al massimo rilievo delle proprietà dei nodi. È da questo punto di vista che proprio il calcolo permutativo dimostra, con la sua astratta complessità, il tipo di intenzionalità generativa più profonda che organizza questa struttura. Il flusso, determinato da ben sette identità, risulta all’analisi statistica assolutamente raro, e ciò conferma ulteriormente il significato inconscio, ma intenzionale, di queste confluenze: esse, evidentemente, sono rare per la selezione preventiva del campo ordinale permutativo che è adatto a soddisfare questo calcolo, il quale è mirato con precisione a definire proprio le parole incluse nato-nate.

 È con questo processo, perciò, che possiamo ritenere effettivamente dimostrata importanza delle parole incluse nato-nate: esse non sono semplici tratti della desegmentazione dell’enunciato cui attribuiamo, per tutti motivi visti prima, rilevanti proprietà metaforiche, ma sono nodi di una processualità rara e organizzata tramite un controllo assolutamente straordinario dell’articolazione, che in nessun caso può essere ritenuta casuale. Poiché tali parole sono i vertici di una coinfluenza che percorre tutto il testo, possono essere interpretate - di fatto - come i vertici ideativi del testo, pur essendo inconsapevoli alla mente dell’autore, il quale, come abbiamo visto, dubita egli stesso della loro significatività.

8. Potremmo perciò arrestare qui l’analisi di questo brano, avendo raggiunto una ragionevole certezza del fondamento della sua struttura. Ma, come può intuire il lettore, il campo semantico intralinguistico è ampio, e sollecita ad esplorarlo anche dove esso appare, viceversa, incerto, non essendo sempre chiara la linea di demarcazione tra processo intenzionale inconscio e  gli effetti impropri, non significativi, della disarticolazione del significante. Proverò ora a mostrare come proprio il campo permutativo astratto può delineare, pur con i limiti che possiamo attribuirvi, un tipo di accertamento ulteriore  del materiale intralessicale generativo, che permette di ampliare l’interpretazione strutturale già fatta, e le cui proprietà rinviano a un processo più generale dell’organizzazione testuale - tipica del testo poetico -, la sensibilizzazione del significante.

Consideriamo perciò, come passo ulteriore, un secondo sistema permutativo operante nel testo, quello delle identità prossimali, cioè quelle confluenze d’anagrammi che, nell’immediata loro vicinanza nell’enunciato, presentano anch’esse relazioni d’identità: le proprietà di questo sistema definiscono anch’esse vincoli che gravitano sui nodi della precedente struttura e, quindi, contribuiscono anch’esse ad irrigidirla:

           

L’interesse di questa seconda struttura è quella di definire, insieme alla prima, il campo sintagmatico vincolato permutativamente, cioè l’insieme dei tratti dell’enunciato che, entrando a far parte dei vincoli permutativi, possono assumere maggior rilievo e stabilità nel testo. Quando di questo testo, infatti, estraiamo tutto il contenuto potenziale intralinguistico, possiamo supporre che non tutte le parole incluse diventino fonti possibili associative, ma lo diventino preferenzialmente quelle che proprio la forza vincolare del controllo articolatorio permutativo accentua ritagliandole e selezionandole dall’enunciato.

 È questo processo che possiamo sintetizzare nello schema seguente, evidenziando nell’enunciato le articolazioni anagrammatiche vincolate permutativamente dalle identità delle due strutture e, sotto l’enunciato stesso, tutte le parole incluse rintracciabili nel testo, interessate o meno da tali relazioni. Possiamo allora supporre che siano parole incluse di maggior pertinenza associativa quelle che vengono - per così dire - implicitamente attratte dall’attenzione inconscia che si acuisce per la precisione articolatoria di tale campo identificatorio, e dunque quelle che maggiormente appaiono vincolate ad esso:

Partendosi di là e andando tre giornate verso levante, l'uomo si trova a Diomira, città

 part tendo                       dando   regio  ornate        sol                                                  dio   mira

   arte   dosi                             otre          nate

con sessanta cupole d'argento, statue in bronzo di tutti gli dei, vie lastricate in stagno,

         sess santa  cupo                                                     odi         tigli                   astri     

un teatro di cristallo, un gallo d'oro che canta ogni mattina su una torre. Tutte queste

 unte     rodi         stallo               lodo     roche                   matti               nato                                  

bellezze il viaggiatore già conosce per averle viste anche in altre città. Ma la proprietà

                               tor regia   cono                        levi                          tre            mal   apro        età

     

di questa è  che chi vi arriva una sera di settembre, quando le giornate s'accorciano e

                  echi                                       radi   sette                                     nate   sacco orci

                                                                                                                        tesa            ciano                                                        

 

le lampade multicolori s'accendono tutte insieme sulle porte delle friggitorie, e da

                             colo risa          dono                                                                tori

                             ori                                                                       ori

 

una terrazza una voce di donna grida: uh, gli viene da invidiare quelli che ora

  nate    razza           cedi                rida               iene          vidi  

 

pensano di aver già vissuto una sera uguale a questa e d'esser stati quella volta felici.

        sano                                                                                                                   lavo

           nodi                                                                                                                     volta

 È in questo acuirsi dell’attenzione che si attua ciò che io definisco la sensibilizzazione del significante, cioè il tipo di procedura, consapevole o inconsapevole, che può accentuare l’attenzione su aspetti privilegiati delle relazioni testuali: in poesia questo concetto riguarda un’ampia gamma di procedure di formalizzazione-sensibilizzazione, che costituiscono (come ho spiegato in alcuni lavori) l’aspetto strutturale tipico della versificazione, ma che possono includere (come nell’Infinito) anche proprietà del campo permutativo; nel brano che stiamo esplorando, proprio perchè non vi è una struttura formale, la sensibilizzazione riguarda proprio la caratteristica più straordinaria e nascosta di questo testo, l’influenza che la preminente struttura permutativa può avere sul sistema intralessicale. È questo processo che, ricostruito nei suoi effetti associativi particolari introduce agli aspetti più interessanti delle reti inferenziali della cooperazione intralinguistica.

Consideriamo perciò, con una certa pazienza, i diversi effetti di questa selezione-sensibilizzazione sull’intero sistema intralessicale, cercando di individuare quali campi associativi (se è possibile rintracciarli) possano entrare in cooperazione con la semantica ordinaria  del testo. Poiché lo scopo di questo accertamento è fornire, anche, una metodologia di studio, procederò anche in questo caso un po’ didatticamente, trattandosi - come il lettore avrà capito - degli aspetti più rischiosi dell’analisi intralinguistica.

In questo sistema intralinguistico compaiono molte parole (tigli, rodi, stallo, lodo, ecc.) che non sono sensibilizzate dal campo permutativo e non appaiono avere  un corrispettivo associativo intralinguistico o testuale, e che possono quindi venir considerate prive di funzione testuale esplicita. Altre, pur non ritagliate dal campo permutativo, possiamo supporre delineino invece un debole campo associativo, come “dosi-dando-dono”, privo però di chiaro riferimento testuale. Altre, ancora, appaiono segnalare un campo associativo più consistente, come quello della sonorità “sol-odi-roche-echi-risa-rida”: esso ha invece un possibile referente testuale, il canto-grido, e quindi può essere considerato, anche se debolmente, dotato di una funzione associativa testuale. Infine, più evidente è il campo associativo “sol-astri”, che rinvia alla luce diurna e notturna del simbolico viaggio tra mattina e sera, di cui il “sol levante”, come ho subito anticipato, può essere interpretato come un esplicito sintagma intralessicale dotato di significato nel testo.  

 Vi sono, infine, un certo numero di parole marcate permutativamente - quelle che specificamente riguardano il concetto ora spiegato di sensibilizzazione - , a loro volta di diversa funzione associativa e testuale, di cui alcune sono già state in parte discusse in precedenza, mentre altre, come ora vedremo, introducono a considerazioni testuali nuove.

 Il principale sistema è, come si è già visto, quello inaugurale “part-nate-nato-nate”, che rinvia a “vissuto”, certamente il più sensibilizzato dal ritaglio anagrammatico, come dimostrano le ridondanti linee del primo sistema permutativo qui trattato. L’altro sistema è quello di “arte-ornate”: esso non solo rinvia all’ampia descrizione ornamentale, ma anche alle relazioni associative con “canta” e “teatro”, parole del testo a loro volta sensibilizzate dal ritaglio permutativo, ciò che rende anche questo sistema semantico certamente importante e pertinente del testo. Vi sono poi parole isolate (santa, unte, matti), o piccoli sistemi (regio-regia; tendo-tesa), o sistemi misti (otre-sacco-orci; tor-tori), che inducono, come ora mostrerò, a valutazioni di diverso tipo, che dipendono dal significato più o meno plausibile che possiamo attribuire alla cooperazione intralinguistica, sia semplice che complessa, che ne deriva.

Per comprendere come si può accertare, gradualmente, la significatività delle diverse parole che fanno parte di questo ampio sistema intralessicale, considererò per primo il piccolo sistema “regio-regia”, individuato dall’anagramma REGIO-OREGI tra “t-REGIO-rnate” e “il viaggiat-OREGI-a conosce”. Poichè “regio” ha il significato di “regale”, e “regi-regia” compare anche in “viaggiato-regia” l’anagramma suggerisce che il “viaggiatore” stesso possa dipendere, in un piano connotativo intralinguistico, da questa attribuzione aggettivale, che definisce il viaggiatore come un re e anche la città, quindi, come regale. Questa interpretazione è, nell’analisi del testo, possibile, ma non determinante, né entra a far parte - come vedremo al contrario di altre influenze intralessicali - di una rete inferenziale più ampia: essa, quindi, può essere ritenuta una funzione solo opzionale della semantica testuale.

 Il significato di “regio” si accompagna però, contemporaneamente, derivando da “tre giornate”, ad una possibile giustificazione della scelta lessicale di “tre” come indicatore simbolico della durata del viaggio: sotto l’ipotesi di una priorità generativa dell’anagramma regio-oregi non è dunque, in questo caso, preminente la funzione allegorica del numero, ma la sua appartenenza ad una sequenza di tipo intralinguistico, in cui “tre” viene ad inserirsi come supporto lessicale opportunamente selezionato in funzione permutativa. È questo proprietà selettiva della cooperazione linguistica-intralinguistica che ora indirizza, come ipotesi generativa economica di più ampia portata nel testo, ad esplorare altre reti inferenziali, per definire le virtualità associative che possono essere sostenute da percorsi intralinguistici permutativi di tipo coerente.

 Consideriamo ora, infatti, un altro sistema intralessicale la cui esplorazione viene subito suggerita dall’anagramma regio-oregi. Dall’origine “regio” dipende anche la parola “otre” di “andando tre giornate”, ciò che subito sollecita ad interrogarsi sull’importanza di due altre parole incluse simili, “sacco” e “orci”, che gravitano su “giornate s’accorciano”, di cui la prima anch’essa sensibilizzata permutativamente. È questo piccolo sistema che permette di chiarire come una procedura d’analisi intralessicale, per quanto resa difficile dalla sua ampiezza virtuale associativa, possa ugualmente definire un campo semantico di tipo strutturale.

Riflettiamo, dapprima, al significato associativo più semplice del sistema “otre-sacco-orci”. Come ho mostrato, l’influenza generativa delle parole nate-nato può essere ritenuta certa, e le tre parole, “otre-sacco-orci”, delineano tutte insieme l’evidente concetto di contenitore, il quale gravita, nel piano intralinguistico, proprio nell’immediata prossimità di “nate”, e nella comune dipendenza delle due parole, “giornate”, che fungono da principali vertici attrattivi dei flussi permutativi. È la vicinanza di questi due sistemi semantici intralinguistici, l’uno riferito alla nascita, l’altro ad un contenitore, che suggerisce perciò subito una loro origine ideativa comune, e perciò una relazione associativa tipicamente inferenziale, tramite cui un sistema già convalidato come coerente, la nascita, può convalidare anche un altro sistema coerente, quello di un contenitore da cui la nascita ha necessariamente origine.

 Questa procedura inferenziale si appoggia, come vediamo, ad una proprietà associativa prossimale dei due sistemi, e ad un’estensione solo induttiva del criterio di coerenza, che esplicita, però, una conoscenza condivisa (definita di tipo extratestuale). Questa induzione, la nascita da un contenitore, è però ricostruibile in più modi, ed è su questa procedura, tipicamente ridondante, che ora è importante soffermarsi, costituendo il processo certamente più interessante della metodologia inferenziale di tipo intralinguistico. Da questo punto di vista il lettore è preavvertito che si tratta di una procedura rischiosa, che egli stesso deve controllare nella sua potenziale arbitrarietà, vincolandosi egli stesso ad una sorta di verifica precisa dei diversi passaggi che gradualmente costruiscono, nell’esposizione che sto per fare, questo sistema inferenziale.

Consideriamo perciò, per cominciare, il sistema dei flussi permutativi che gravitano sull’enunciato immediatamente seguente a “giornate s’accorciano”:

 

           

Questo sistema è quello completo delle identità permutative prossimali che confluiscono alla destra di “giornate” e, analizzato attentamente, ci permette di comprendere come può formarsi una coerenza stabile di tipo inferenziale tramite tre sostanziali processi che si convalidano reciprocamente. Vediamoli gradualmente nell’ordine.

1-Il primo di questi riguarda l’anagramma ESACC-SACCE:


L’anagramma, come vediamo, vincola due verbi, “s’accorciano-s’accendono”, di diverso contenuto semantico: tramite il loro legame, però, il seme “buio” del sintagma “giornate s’accorciano” viene reso pertinente - per opposizione - dall’induzione del seme “luce” di “s’accendono”, entrando a far parte dello stesso verbo “s’accorciano”. È questo processo che stabilizza la continuità semantica, nel breve enunciato, tramite la relazione oppositiva “buio vs luce”  reciprocamente indotta tra i  due verbi, che opera come un’implicazione inferenziale sorretta, localmente, dagli estremi dell’anagramma. Poiché l’anagramma esacc-sacce è anche un sensibilizzatore forte del campo permutativo, possiamo allora provare ad estendere questo processo oppositivo inferenziale all’intero sistema, lessicale e intralessicale, che gravita su “giornate s’accorciano” e “s’accendono”, per verificare se il sistema semantico che otteniamo nei due vertici della relazione anagrammatica “esacc-sacce” assume, per noi, un significato di tipo strutturale.

 Il sistema delle reciproche induzioni oppositive che ricaviamo, allora, sia dal sistema semantico ordinario che intralinguistico, diventa questo:

…giornate s’accorciano                                            s’accendono

                 (buio)                               ¬        luce

                                                         ®        (sera)

          nate                                         ®        (morte)

              tesa       ®tensione             ®        (detensione)

                 sacco ®contenitore        ®        (non-contenitore )                                                           ®dentro                ®        (fuori)

In questo sistema possiamo rintracciare diverse proprietà, sia già conosciute, sia nuove. Le due opposizioni buio-luce e giornate-sera appartengono al piano inferenziale ordinario del testo, di cui costituiscono l’evento temporale contrapposto a quello inaugurale di “tre giornate verso levante”, e quindi ritraducono proprietà semplici dello sviluppo testuale già studiate. L’opposizione nate-morte è, di questo evento, l’aspetto simbolizzato dall’opposizione mattina-sera, che in “s’accendono” introduce alla sera e alla fine della vita riassunta, in “vissuto”, dall’opposizione a “nato”: è, quindi, anch’esso un sistema conosciuto, che ricompare in una nuova veste metaforica, quello di una luce serale che, non potendosi sostituire a quella mattutina, evidenzia il declinare della luce e perciò della vita.

È il sistema intralessicale “nate-tesa-sacco” che mette in evidenza, invece, le proprietà inferenziali di un particolare nuovo sistema semantico, che verte, per “s’accendono”, sui significati “detensione- non contenitore-fuori”: esso, intuitivamente, definisce il concetto di un sacco-contenitore dapprima buio e teso, implicato nella nascita, che inferenzialmente viene commutato in un non-contenitore e in un esterno-fuori, alla luce. Questo sistema sottintende, a ben vedere, la struttura prevalente di ciò che attribuiamo alla funzione fisiologica della nascita, il fuoriuscire da un sacco (quello amniotico), che si tende contraendosi e accorciandosi, e proprio in questo processo fa passare dal buio alla luce: è questo nascere alla luce, perciò, che possiamo inferire sinteticamente da questo sistema oppositivo. Come vediamo, è però una nascita serale, che il testo, e lo stesso sistema inferenziale, simbolizza contemporaneamente come termine della vita. Sulla complessità di questo sistema, e sul suo significato, perciò, poi dovremo tornare, essendo quello che, evidentemente, maggiormente può dare un contributo nuovo alla comprensione della principale struttura nato-nate.


2- Consideriamo, ora, un secondo processo, quello che riguarda le identità permutative che dipendono da “lampade” e che gravitano a sinistra di “s’accendono”:

  Ben quattro identità permutative vincolano le confluenze anagrammatiche di LAMPA-de e SACCE-ndono, a rendere particolarmente stabile il seme “luce” in questo sintagma. Le proprietà di questo sistema sono rivelatrici di diversi processi.

 Innanzitutto, il flusso che confluisce su “s’accendono” ha origine proprio dalla struttura permutativa i cui vertici generativi sono “sessanta cupole” e “in stagno”: è la luce brillante della prima visione della città, perciò, che appare chiaramente riversarsi, ma attenuata, in “s’accendono”. Se, perciò, supponiamo che un processo di tipo generativo-trasformativo riguardi questo tratto del testo - una sorta di riduzione di diverse proprietà semantiche e percettive -, anche le numerose cupole luminose dell’esordio ricompaiano ora, rimpicciolite, nelle lampade multicolori: lampade e cupole evidenziano allora il comune tema di un contenitore che, in diversa forma, si mantiene come elemento generativo del testo, e che si accompagna al mutare della luce da diurna in serale. Soprattutto, per “cupole”, possiamo inferire, ancora, il buio interno opposto alla luce esterna, e quindi una replica strutturale del “contenitore buio” rintracciato con il primo sistema inferenziale.

 L’aspetto più interessante di questo secondo sistema, però, è il semplice anagramma “malap-lampa” che fa da supporto alle relazioni d’identità permutative. L’anagramma, all’origine, implica le due parole “mal” e “apro”, cosicchè questi due significati intralessicali possono convergere anch’essi su “s’accendono”, entrando a far parte del precedente sistema, in cui implicano apertura e dolore:

           tesa   ®tensione                         ®        (detensione)

           sacco ®contenitore                    ®        (non-contenitore )                                      ®dentro                         ®        (fuori)

           mal                                              ®        dolore

    apro                                             ®        apertura

3-Consideriamo infine il terzo processo, che riguarda l’identità permutativa che gravita a destra di “s’accendono”:


L’identità C=L12OQB ha alcune semplici caratteristiche, che confermano e chiariscono il significato dei precedenti sistemi semantici dedotti inferenzialmente. Innanzitutto questa identità, che confluisce su nate di una terrazza, vincola la nascita ad una parola, “porte”, che implica ora, nello piano testuale ordinario, un’apertura prima dedotta solo tramite il piano associativo intralinguistico. Soprattutto, però, l’origine anagrammatica “DOTRE” di “p-orte d-elle” include la parola otre che, insieme a “sacco e orci”, forma la terna intralessicale riferibile, come contenitore, alla nascita. L’identità permutativa esplicita, ora - secondo questo ben più preciso criterio inferenziale - il vincolo, durante l’ideazione, tra il tema della nascita e quella del contenitore, ed esplicita anche l’apertura di questo contenitore, anche se nell’immagine – per noi diversa – delle “porte” delle friggitorie. Sul significato intralinguistico di questa parola, però, come mostrerò tra poco, è possibile fare altre considerazioni, relative anch’esse al tema della nascita

9. Come credo ora sia possibile riconoscere, una ricca struttura inferenziale, ridondante, gravita unitariamente, tramite questi tre processi, su “s’accendono”: il sistema semantico che essa produce è sostenuta da tutte le d’identità permutative che, a sinistra e a destra, isolano il verbo “s’accendono”, delineando un insieme di proprietà chiaramente attribuibili alla fisiologia del parto. È, dunque, questo ricco processo inferenziale che suggerisce una spiegazione persuasiva del misterioso grido “uh” sulla terrazza:

       tesa   ®tensione                  ®        (detensione)

      sacco ®contenitore             ®        (non-contenitore )                       

                    ®dentro                        ®        (fuori)

      mal                                       ®        dolore

      apro                                      ®        apertura

                                                  apertura    ¬   porte    ¬   otre

                                                               nascita                   ¬  nate

Se riflettiamo, perciò, a questo ricco sistema, proprio l’ultima identità, C=L12OQB, dà un contributo chiarificatore al significato dell’origine della linea L12OQB da “in stagno”, sintagma certamente importante, come si è visto riconoscendone sia le proprietà articolatorie del primo esempio, sia la sua funzione di vertice generativo nella principale struttura dei flussi di linee. Come abbiamo visto, in questa struttura il primo vertice ha origine da ANTAC di “sess-anta c-upole”: le cupole, però, sono interpretabili, rispetto alla confluenza identificatoria sull’intero enunciato ora studiato, che è sotteso tra le due parole nate, come un aspetto, a sua volta strutturale, del concetto di contenitore che permea, con la sua preponderanza, il piano ideativo del testo. Se conveniamo, perciò, che questa concettualizzazione, proprio per il suo evidente rilievo, faccia da sfondo generativo comune al flusso di linee, anche il sintagma “in stagno” può venire compreso proprio in rapporto a questo contenitore: “stagno”, infatti, se lo interpretiamo come significante polisemico, non descrive più un metallo, ma uno stagno d’acqua, quello del tranquillo ambiente liquido del contenitore materno che, proprio come vertice generativo del flusso di linee, prepara alla confluenza su “giornate” e su “una terrazza”.

 Se il lettore accetta questa ipotesi egli è, certamente, non più nel piano semantico ordinario, ma in quello, sorprendente, della compresenza attiva e coerente del piano intralinguistico, il quale suggerisce, con sue leggi che appaiono ora esplicite, dove rintracciare le fonti strutturali, anche quelle più complesse, di questa significazione Questa interpretazione introduce, infatti, a supporre una coerenza, rispetto alla nascita, anche nel vertice generativo “sess-antac-upole”: se riflettiamo che nascita e sessualità formano un’unità psicologica e corporea fondamentale della psiche, possiamo allora rilevare, per interrogarci sul suo significato, proprio il frammento articolatorio “sess” che viene separato dal generatore “antac” di “sess-antac-upole”. Ciò che appare plausibile supporre, in questo caso, è uno spostamento generativo da un’articolazione troppo semanticamente scoperta a un’altra prossimale, che ne fa le veci: il tema della nascita è infatti occulto, certamente invisibile alla coscienza dell’autore, il quale in modo simile può avere, perciò, nascosto il tema ad esso complementare, quello della sessualità. Da tale punto di vista è questo occultamento, anzi, che permette di attribuire, ora, un significato semantico reale alla parola inclusa “santa” di “ses-santa”: diviene generativo non il tratto articolatorio della sessualità, ma quello, s-antac, che può celarlo dietro un seme di purezza.

 Riflettiamo ancora a questo processo, il quale, da solo, anche se persuasivo, non offre ancora un modello semplice del tipo di coerenza che, nella procedura qui indicata, permette di definirlo pienamente strutturale: come ora vedremo, però, un altro processo simile ci permette di inquadrarlo meglio. Poiché antac si anagramma in canta, proprio questo sviluppo articolatorio ci rivela la nascosta partizione generativa che unifica due processi mentali che ora possiamo riconoscere con chiarezza: part, di part-endosi, implica fin dall’inizio il parto-nascita, ma è anche generativamente compenetrato con la parola arte, cosicchè parte-ndosi unifica nascita e arte; sess, di sess-antac, implica la sessualità, ma antac, compenetrato con santa, rinvia a canta, cosicchè sessanta unifica nella purezza sessualità e canto. Ciò che vediamo ora, dunque, è una struttura generativa comune, e ciò può persuaderci di un’interpretazione che, pur derivata da un piano inferenziale, concorda nelle proprietà tipiche di un processo coerente, il quale evidenzia, peraltro, la rapida trasformazione metaforica del testo proposta all’inizio: la vita è arte, e insieme canto (e teatro), ma nella contiguità mentale con una tensione generativa che ora riconosciamo radicale, che abita il corpo nel suo nucleo principale, la sessualità e la nascita.

10. Le procedure inferenziali, come vediamo, pur complesse, possono introdurre a proprietà molto singolari del concetto di struttura e, soprattutto, della ricorsività che tende a permeare, con evidente regolarità, le reti semantiche intralinguistiche. La mente - e ciò può stupirci - può seguire con estrema correttezza queste reti, proprio mentre organizza il piano semantico ordinario: di fatto, ciò che constatiamo non è, però, la separazione di un piano dall’altro, ma una cooperazione delle due orditure semantiche, ciò che suggerisce una continua loro dipendenza da una funzione generativa più ampia, comprensiva di entrambi i processi.

È secondo questo principio di coerenza e, insieme, di economia generativa, che forse ora il lettore può seguire più rapidamente altre proprietà inferenziali di questo testo. Consideriamo, ad esempio, il significato del possibile legame “tor-tori”, che collega il viaggiatore con friggitorie. Questo vincolo non è così importante come gli altri fin qui mostrati, ma è utile per comprendere le proprietà miste dei sistemi associativi lessicali-intralessicali e il significato della sensibilizzazione in un testo breve come questo, in cui è opportuno supporre una selezione lessicale certamente influenzata dalla generatività permutativa.

 Si è visto ad esempio come per “tre” di “tre giornate” un criterio numerologico-allegorico non sarebbe, da solo, una spiegazione sufficiente, poiché – viceversa – è la parola inclusa otre, con le sue proprietà semantico-permutative, che appare avere, chiaramente, indotto la scelta di quel numero; in modo simile credo possa essere evidente come anche “sessanta” non consegua ad una necessità numerica, ma – in modo ancor più radicale – ad una priorità semantica del tema della sessualità e della nascita. Un processo simile riguarda ora le particolari ragioni intralinguistiche che possono aver guidato l’autore alla scelta della parola “friggitorie”.

Se si considerano le parole intralessicali marcate permutativamente, si potrà, ad esempio, constatare che non è stata ancora discusso l’eventuale significato semantico di “unte”, inclusa in “un tea-tro”: questa parola è interamente compresa nell’origine dell’anagramma che rinvia a “unate-rrazza”, il più importante, essendo quello che chiude con l’identità M=H21N1QB l’intera struttura permutativa generata da sess-antac. Se, ad un attento spoglio del sistema lessicale e intralessicale, si cerca la parola più associabile ad unte, essa risulta, senza dubbio, proprio “friggitorie”. Dal punto di vista generativo delle procedure inconsce di selezione lessicale, già questa forte relazione associativa è un elemento, pur da solo, significativo, essendo in grado di giustificare la scelta, tra le tante possibili, di una parola specifica del testo, che diviene in questo caso, motivata.

 Secondo il criterio di coerenza qui adottato, però, una scelta lessicale inconsapevole è tanto più probante quanto più essa entra a far parte di un sistema lessicale associativo di tipo strutturale. Poiché unte, rinviando a “una te-rrazza”, rinvia alla nascita, è importante quindi verificare se anche “friggitorie”, associabile a unte, può essere connessa allo stesso tema: ma appunto nella struttura permutativa trattata prima si è visto come le “porte” delle friggitorie siano implicate, tramite un’identità permutativa, nella nascita sulla terrazza; è, questo, perciò, un elemento più probante della reale relazione associativa che da unte rinvia a friggitorie.

L’elemento significativo che possiamo ancora aggiungere è il rinvio tor-tori tra il viaggiatore e friggitorie, e il legame associativo che da tori rinvia a gallo. Consideriamo dapprima quest’ultimo. Sia il gallo che il toro sono animali fortemente connotati nella sessualità: in particolare, come si è visto, il canto del gallo, tramite l’anagramma “antac-canta”, è originato da “sess-antac”, sintagma implicato proprio nella sessualità. Il gallo, inoltre, canta “su una torre”, a sua volta interpretabile come simbolo di sessualità, che quindi coinvolge anche nato: e, come sappiamo, proprio la trasformazione nato-vissuto, nella conclusione, converge dal gallo sul viaggiatore, il quale, quindi, ha il gallo come nascosto referente intralinguistico. È questo ampio, ma sistematico sistema inferenziale che, dunque, suggerisce una reale funzione sessuale in tor in viaggiatore, identificato prima nella sessualità del gallo: e da tor tale funzione si propaga in tori di friggitorie, attraendo il viaggiatore, come connotatore di sessualità, ad entrarvi nella sera.

 “Friggitorie”, secondo questo ampio sistema di concertazioni semantiche, è dunque una parola iperdeterminata, il cui vertice generativo è una proprietà identificatoria, sessuale, del viaggiatore, che infatti conclude il suo viaggio sulla soglia di queste porte: possiamo intendere questo richiamo, ora, come esplicitamente sessuale, ma questa conclusione non esaurisce del tutto, come ora discuterò, il significato della complessa struttura inferenziale che converge sulla nascosta nascita nella terrazza.

Avviene dunque realmente una nascita sulla terrazza? Questa domanda, di per sé, sarebbe inutile, se si limitasse ad un accertamento solo delle proprietà di coerenza di questa struttura. Converge, nel finale, per quanto abbiamo potuto vedere, una rete inferenziale che si aggiunge, e con molti particolari, alla prima struttura trovata: ciò che gradualmente, però, emerge è una crescente esplicitazione della sessualità, che fa da sfondo generativo importante, altrettanto nascosto, al testo. Ciò che sembra indicare questa struttura è, dunque, qualcosa che, contemporaneamente, implica la sessualità e la nascita: il viaggiatore è attratto a entrare in un luogo, “le porte delle friggitorie”, che subito suggerisce, nella successiva “terrazza” l’immediata trasformazione di un richiamo attrattivo sessuale in un grido misterioso.

 Se consideriamo la relazione oppositiva torre-terrazza, e l’inversione generale della seconda parte del testo, giustamente possiamo supporre che al canto del gallo, il referente sessuale del viaggiatore, corrisponde ora come risposta il grido d’amore di una donna; questo grido è, però, contemporaneamente – per quanto attesta la preminente rete inferenziale ora mostrata – anche il grido di dolore di una nascita. Ma proprio qui, condensato in una sorta di rarefazione e contrazione intralinguistica, possiamo supporre che l’autore abbia posto il suo vertice metaforico nel tema della vita racchiusa in un giorno.

 Egli, presumibilmente, se ci atteniamo a questa rapida sequenza, dal grido di una nascita serale ritorna nella memoria a un grido simile d’amore, ed è l’amore avvenuto in una sera uguale a quella che egli ricorda con invidia: come vediamo, egli ricorda un amore serale, e per questo pone la conclusione del suo testo in una nascita che porta a morte, essendo il consueto tempo dell’amore, la sera, quello che coincide, nella metafora da lui adottata, il tempo stesso della fine della vita. Singolarmente, come perciò constatiamo, egli implica il tempo del concepimento nel tempo della morte, e in questo modo può contrapporre una nascita serale alla sua stessa morte, che avviene nel rimpianto di un amore. Come anche vediamo, egli nella seconda parte, sottintende una ciclicità inversa, in cui la vita ha inizio nella sera, riferita alla particolare vita, quella sessuale, che ha origine, nel ricordo del viaggiatore, dalla sera inaugurale di un amore: amore e morte sono contratti in quest’unico evento, e ciò appare, dunque, la metafora profonda che l’autore pone nel testo.

È, questa, dunque, la spiegazione - in un certo senso semplice - che gradualmente viene a ricomporsi dal tessuto inferenziale: il lettore può ora convenire che il lungo percorso in cui ho cercato di guidarlo non conduce in un luogo, di per sé, estraneo al senso poeticamente intuibile del testo. Ciò cui accediamo, se seguiamo il modello teorico di Lakoff, è la principale metafora di base di ciò che l’amore, come viaggio, suscita implicando, come evocazione contrapposta, proprio il suo esaurirsi nella morte: amore e morte sono perciò la coppia indissolubile che riassume il viaggio della vita. Non è azzardato proporre, perciò, che questa è la metafora ontologica per eccellenza, di cui la tensione poetica, proprio per questo motivo prioritario, continuamente si alimenta. Ciò, però, non avviene, come in filosofia, tramite la puntualizzazione di un’ontologia astratta dell’essere ma, come possiamo riconoscere in questo testo, tramite la forza intrinseca della lingua, in cui l’ontologia sprofonda a contatto della vita naturale che permea, nascostamente, il tessuto generativo di un testo: come constatiamo, questo tessuto, celato alla coscienza, è però costruito ugualmente in modo ordinato dalla mente, e le sue tracce si manifestano, con nostra sorpresa, proprio nella straordinaria visibilità delle relazioni intralinguistiche.

                                              * * *

11. L’analisi di questo testo, come si può constatare, rivela proprietà inaspettate delle reti inferenziali intralinguistiche. Ciò pone, naturalmente, il problema, qui lungamente discusso, delle procedure più adatte ad un accertamento corretto e coerente delle relazioni intralessicali. La cooperazione delle reti permutative è un esempio molto particolare della sensibilizzazione del significante e la si può meglio comprendere se la si confronta con le procedure di sensibilizzazione in poesia: nel testo poetico è la particolare struttura formale della versificazione che produce gli effetti intralinguistici, facilmente evidenziabili, di una facilitazione percettiva, sia acustica che visiva, del significante, ciò che rende una poesia assai simile ad un intreccio di vie associative preferenziali sostenute dalla particolare formalizzazione adottata dal poeta. Ove non c’è possibilità di formalizzazione, come in questo brano letterario, possiamo perciò supporre che la sensibilizzazione venga a dipendere, necessariamente, dalla sola gerarchia interna ai vincoli associativi, cioè dalla forza intrinsecamente graduata delle relazioni che possono addensarsi su un significante: l’evidente apporto delle relazioni permutative suggerisce dunque, in questo testo, una selezione privilegiata del campo anagrammatico, che l’autore utilizza per definire proprietà altrimenti confuse e instabili della globale rete associativa disponibile, che è contemporaneamente lessicale ed intralessicale.

 Ciò che questo testo dimostra con chiarezza è, insieme, l’aspetto più problematico dell’analisi intralinguistica, il fatto, cioè, che la mente possa disporre il suo campo associativo in relazioni che transitano, contemporaneamente, dal piano sintattico ordinario a quello intralinguistico, ciò che richiede un’attenzione particolare, per quel certo testo, nel definire le procedure che garantiscono un’analisi coerente. Ad esempio, se si volesse utilizzare, nel brano, non il particolare sistema di rango 5, ma quello completo degli anagrammi di R³3, ben più ricco (esso è fatto di circa 500 anagrammi), sarebbe assai difficile evidenziare flussi anagrammatici coerenti e la loro cooperazione testuale. Ciò può lasciare perplessi, soprattutto quando si attua un confronto con testi poetici in cui, viceversa, è il campo anagrammatico completo, e non quello di R=5, che risulta pertinente per l’analisi: anche in questo caso, però, è molto facile dimostrare come il poeta, nell’intero campo combinatorio anagrammatico, può selezionare con accuratezza sistemi anagrammatici di rango differente, organizzandoli in una gerarchia che ha come scopo la continua definizione delle procedure più stabili di sensibilizzazione.

 Ciò che noi possiamo supporre, in generale, è che il campo combinatorio intralinguistico sia uno strumento duttile delle procedure mentali, e che queste lo affinino esattamente come, nel comune uso della lingua, la strumentazione sintattico-grammaticale diviene, per la mente, uno strumento altrettanto duttile del campo associativo ordinario. Naturalmente stupisce – e può perciò apparire fonte di dubbio – il tipo di coerenza che una rete d’identità ordinali permutative può imporre alla generazione del testo: ma ciò, viceversa, giustifica l’evidente selezione lessicale che deve accompagnarsi al processo, di cui la brevità del testo diviene la manifestazione.

La complessa rete intralinguistica di questo testo andrebbe, dunque, non sottovalutata dal lettore. Essa pone il problema, in verità qui presente con un’ampiezza inusitata, di ciò che possiamo intendere per mentalizzazione, e per di più nel riscontro – davvero stupefacente – di una articolazione del testo regolata da un operatore algebrico. In un certo senso noi siamo abituati a supporre che, nel linguaggio, un aspetto preminente delle fantasie narrative abbia come scopo proprio una sostituzione, mediata dalla lingua, di un aspetto della realtà, che proprio per questo il linguaggio può adattare alla psicologia del soggetto. Supporre, però, che un processo mentale possa assumere una forma concretamente realistica è ben più di una accentuazione di una proprietà dell’immaginazione, soprattutto se, come in questo testo, questa fantasia si dipana, nell’evidente inconsapevolezza del soggetto, con una ricchezza strutturale che porta a definirla come psicologicamente e affettivamente compiuta.

 In un certo senso, se questa analisi appare convincente, non è il testo ordinario che appare interessante, ma quello che prende vita nel tessuto intralinguistico ancorandosi a quello ordinario: dal punto di vista della mentalizzazione non c’è dubbio che il significato della cooperazione propenda ad evidenziare un potente processo autonomo isolato dalla coscienza, il quale, però, è uno stato prioritario della rete inferenziale che la mente sta organizzando, e che consente alla mente un dominio finalizzato dei diversi flussi semantici dell’intera rete strutturale.

 Poiché è la coerenza della struttura che appare convincente, ciò porta a definire la mentalizzazione un processo non isomorfo alla coscienza, di cui questa può, anzi, essere supposta una strumentazione in larga parte surrettizia. Benché, nella nostra moderna concezione dell’inconscio, ciò evidenzi una proprietà assai conosciuta dell’illusorietà della coscienza, ciononostante la complessa struttura di questo testo ne sottolinea una maggiore precarietà: è, ancora, la mentalizzazione dell’autore che riconduce tale precarietà a un ordine fruibile, quello poetico-letterario, ma ciò pone – appunto – il problema di cosa sia la natura intrinseca della mentalizzazione che, in letteratura, rende così realistica la fantasia dell’autore e, insieme, quella del lettore.

È questa tematica che può ricondurre ancora, con alcune precisazioni, al problema generale della metafora, e al significato che questa struttura suggerisce.

 12. Benché il linguaggio appaia, a noi, in una estesa partizione di forme lessicali adatte alla descrizione di oggetti e eventi – esterni a noi o interni -, questa struttura chiarisce che, in profondità, alcune forme generative sono, all’origine, identiche, e solo linguisticamente trasformate. Le lampade, ad esempio, sono forme ridotte delle iniziali cupole, il cui aggettivo “multicolori” raccoglie le sfumature di luce, argento, stagno, bronzo dell’iniziale descrizione. I due principali attanti, il gallo e il viaggiatore, sono, in realtà, lo stesso soggetto, che la narrazione dapprima distingue - come ora comprendiamo - per contrapporre l’esibizione di una sessualità al suo rimpianto. La trasformazione sottintende una riduzione, di forme e di vitalità: e per questo motivo a un canto si contrappone un debole grido. Si esaurisce la vita, e con essa il movimento, ciò che implica, dopo una partenza, l’arresto e quindi la morte. In profondità tutto ciò è riassunto da ciò che un contenitore, quello materno, porta ad esaurimento di una tensione che dal buio porta alla luce, invertendo, con questa fuoriuscita, l’ingresso che una volta ha portato ad un concepimento. Nella sinteticità di questo flusso trasformativo anche la parola “volta” che conclude il testo (..d’esser stati quella volta felici) diviene un possibile evento non più temporale, ma quello spaziale della volta celeste percorsa dal sole, della volta delle cupole e, naturalmente, della volta stessa del contenitore materno.

 Seguendo ancora Lakoff dovremmo dire che si tratta di un sistematico processo di mappatura tra domini concettuali di partenza e domini d’arrivo. Come abbiamo visto egli si riferisce a “…strutture come quella che procede da un’origine e, attraverso un percorso, arriva a una conclusione (origine, percorso, conclusione),  a quella dell’equilibrio, del contenitore, del moto forzato e dei cicli…”. In questo testo proprio un contenitore è il sotterraneo ente che si proietta, come un involucro multiforme, nella semisfera celeste, nelle cupole, nelle lampade, nella terna “otre-sacco-orci”, fin nel polisemico “volta” della conclusione.

Ciò che questo testo dimostra, perciò, è ben più di un repertorio di metafore di base o, addirittura le loro radici in quella primaria, amore e morte, qui rintracciata: segnala, piuttosto, una serie di legami trasformativi tra lessemi che usualmente riferiamo alle proprietà descrittive della lingua, e che interpretiamo come aspetti della ricorsività semantica che connette ordinariamente un testo, mentre qui appaiono, invece, come effetti di un comune processo di trasformazione nella generazione del testo: è, evidentemente, questo globale processo trasformativo che la mente riesce a coordinare, e ciò può spiegarci come la mentalizzazione faccia riferimento alle proprietà globali, unitarie, di questa trasformazione, mentre la coscienza ne accoglie solo una parte, quella che si radica negli aspetti singoli, parziali, dell’enunciato linguistico superficiale. Sono queste proprietà globali cui possiamo riferire le mappature degli infiniti domini singoli che, con le loro corrispondenze, producono il campo metaforico.

Né questo testo, dal punto di vista metaforico, esaurisce con queste riflessioni le proprietà generative che, con chiarezza, appaiono aver dominato l’intero dispositivo semantico-concettuale del brano.

 Una davvero singolare, ulteriore, proprietà delle identità permutative rintracciate nei flussi di linee della principale struttura sembra delineare, in questo brano, la corrispondenza metaforica in un certo senso più semplice e più sconcertante. Possiamo infatti constatare, insieme con Lakoff, che nel testo di Calvino, proprio una struttura ciclica, quella dell’arco diurno, fa da fondamento al testo: ebbene, tra le identità permutative trovate nella principale struttura, opera con evidenza un’altra ciclicità, quella che è rappresentata dal gruppo ciclico di base del sistema permutativo di R=5:

                                  12345

                                    23451

                   34512

                      45123

             51234

                                           12345….

Nella sua semplicità questo gruppo può sembrare banale, ma non è così per i matematici (per la cui spiegazione rinvio alle note finali). Non possiamo sapere – se non attraverso un rilievo statistico – la rarità di questa struttura, ma essa, di fatto, fa da principale sostegno alla rete dei flussi identificatori che confluisce sulla nascita. Che essa sia ciclica, e che compaia in un testo che del ciclo diurno, e del ciclo della vita, fa il suo vertice ideativo, non dovrebbe però stupirci. In questo caso, beninteso, noi abbiamo più di una metafora sottesa, come precisa Lakoff, “in senso matematico da un dominio all’altro”: abbiamo, assai più radicalmente, una metafora che utilizza come dominio il campo matematico stesso, ciò che unifica direttamente il campo matematico con quello linguistico e intralinguistico.

 Di questo comune dominio non potremmo che essere lieti, rivelandoci esso, in questo caso, il viaggio cui, come studiosi del linguaggio, siamo necessariamente diretti, quello a noi ancora sconosciuto dei fondamenti ontologici dell’essere che, misteriosamente, unificano il corpo alla sua astrazione più rarefatta, quella matematica della mente. Ma su questa ricca tematica - come questo stesso testo suggerisce - il campo dell’esplorazione non può che essere tenuto aperto, attingendo alla natura più complessa di ciò che non conosciamo, l’origine del linguaggio dall’origine stessa della vita, di cui noi, nella scrittura, non possiamo percorrere che solo poche, finite tracce.

                                             * * *

APPENDICE

1-La notazione permutativa

La notazione permutativa riassume gli spostamenti delle lettere dell’anagramma dalle posizioni di partenza in quelle di arrivo. Ad esempio nell’anagramma ORNAT-NATOR la lettera O passa dal primo posto al quarto, la lettera R dal secondo al quinto, la lettera N dal terzo al primo, ecc; il primo spostamento viene indicato nella forma (14), il secondo nella forma (25), il terzo nella forma (31) e la scrittura che riassume tutti questi spostamenti è, appunto, la notazione permutativa dell’anagramma:

riordinamento delle posizioni                          scrittura permutativa

ORNAT    1  2  3  4  5                                   ORNAT    12345
                          ¯ ¯ ¯ ¯ ¯                                                    (          )
     NATOR    4  5  1  2  3                                   NATOR    45123

Come altro esempio si può considerare l’anagramma INSTA-TINAS, trattato in seguito: nella ricombinazione la lettera I passa dal primo posto al secondo, la lettera N dal secondo al terzo, la lettera S dal terzo al quinto, ecc., e la notazione notazione permutativa risulta la seguente:

      INSTA             12345     
     
                       (          )
      TINAS             23514     

2-Il prodotto permutativo

Per il calcolo del prodotto permutativo A*E1 nella linea di pag. 21 consideriamo dapprima l’anagramma E, IMATTI-ITTAM. Quest’ultimo è un anagramma particolarmente complesso, essendo costituito da due anagrammi compenetrati all’origine (IMATT-ITTAM, MATTI-ITTAM), in ciascuno dei quali la ripetizione della lettera T permette, a sua volta, due scritture permutative, e quindi esprimibile, complessivamente, da ben quattro notazioni permutative, riportate qui di seguito:

IMATT     12345       IMATT      12345         MATTI      12345                  MATTI     12345
          E1=(         )                 E2=(          )                  E3=(          )                          E4=(         )
ITTAM     15423       ITTAM       15432         ITTAM      54231                ITTAM      54321

Il calcolo riguarda l’anagramma IMATT-ITTAM, cioè quello che per primo può entrare a far parte del controllo articolatorio e, delle sue due notazioni permutative, interessa la notazione E1, la più semplice (essa sposta in blocco le due TT dalle posizioni 4-5 alle 2-3, mentre la E2 le inverte nelle posizioni 3-2). I due anagrammi della linea di pag. 21 hanno perciò i rispettivi ordinamenti:

                                                        INSTA                     12345
                                                                  ¯                 A = (          )
                                                             TINAS                     23514


                                          IMATT                     12345                              12345
                                                    ¯             E1= (          )            A*E1=C=(         )
                                          ITTAM                      15423                              54312


In questa linea il prodotto permutativo A*E1 è l’ordinamento riassuntivo dei due ordinamenti: ciò corrisponde, dal punto di vista pratico, al concatenamento degli spostamenti che le singole permutazioni inducono, in successione, tra l’ordinamento iniziale e quello finale. Come esempio descrivo i primi due concatenamenti: il primo posto, nell’anagramma A, viene commutato nel secondo, ma successivamente il secondo, nell’anagramma E1, diviene il quinto, e perciò, complessivamente, il primo posto diviene il quinto; analogamente il secondo posto di A diviene il terzo, e il terzo in E1 diviene il quarto, ciò che produce lo spostamento complessivo del secondo posto nel quarto. Tale procedura può essere così espressa graficamente:

Do un altro esempio di questo calcolo, per l’identità permutativa più semplice della struttura di pag. 23, OQ=S, di cui riporto qui di seguito la linea degli anagrammi OQ:

                          ECANT                12345
                                                      O=(         )
                               TEANC                25341

                      STEAN                  12345          STAEC          12345
                                                   Q=(          )                          S=(          )                OQ=S
                           NATES                  53421          TESAC          31425

Nel calcolo O*Q il primo posto, nell’anagramma O, viene commutato nel secondo, ma successivamente il secondo, nell’anagramma Q, diviene il terzo, e perciò, complessivamente, il primo posto diviene il terzo; analogamente il secondo posto di O diviene il quinto, e il quinto in Q diviene il primo, ciò che produce lo spostamento complessivo del secondo posto nel primo, e così di seguito.

3-Il gruppo ciclico

La rilevanza del gruppo ciclico si manifesta quando si considerano tutte le identità delle due strutture: le permutazioni del gruppo ciclico sono quelle sottolineate, e riguardano 25 occorrenze su un totale di 50, per una percentuale del 50%.

Identità sui nodi

12345          =D11E=D2E=FG

12453          =H21N1QB=M                       

31425          =OQ=S

31452          =AFG=H12N12Q

34512          =G=H1N2Q

45123          =E=H1N12Q=H21N2Q

51234          =D1E=H21N12Q

53124          =H2N2=L1O                          

 

Generative cicliche

23451          =D1=H2=V

34512          =D2=D11=H2N12

45123          =D12=D21=F

 

Identità nodi/intorno destro[7]

15423          =P2=H21N12     (1, d=9)

23514          =K=L1            (1, d=4)

51234          =T2=B=FGB   (1, d=4)

54321          =P3=L12O        (1, d=10)

23451          =V=I1J1=I2J2    (2, d=10)

51324          =C=L12OQB   (2, d=19)

 

Solo intorno destro

14325          =R12=H12N12QZ1        (1, d=13)

15342          =R21=N2QZ2               (1, d=13)

32154          =R2=L21OQZ21           (1, d=13)

35124          =R1=Z21=H1N1QZ12   (1, d=13)

La rilevanza del gruppo ciclico assume un significato particolare rispetto ai flussi principali che lo generano. Come si può constatare, il gruppo ciclico dipende dalle permutazioni D, E, F, G, cioè dal sistema permutativo che gravita, nella prima struttura, su “una torre” e “il viaggiatore già conosce”.

 

 

 

 

12345         =D11E=D2E=FG

23451         =D1=I1J1=I2J2=H2=V

34512         =G=D2=D11=H2N12=H1N2Q

45123         =E=D12=D21=F=H1N12Q=H21N2Q

51234         =B=FGB=D1E=H21N12Q=T2

Questo sistema perciò unifica, in un aspetto potentemente simbolico, il viaggiatore con il significante intralinguistico nato, facendone il centro generativo del flusso permutativo ciclico: e questa astratta ciclicità fa da vertice al viaggio della primaria ciclicità, quella della vita-morte.

Il lettore non esperto di permutazioni può, naturalmente chiedersi, perché il gruppo di permutazioni (12345-23451-34512-45123-51234) è definito, dal punto di vista algebrico, ciclico. Le permutazioni, come può subito constatare, sono ottenute l’una dall’altra spostando, di volta in volta, la prima posizione nell’ultima; dopo cinque di questi passaggi la permutazione trovata è quella iniziale, ciò che evidenzia la ciclicità del gruppo di permutazioni.

      12345  ® 23451      23451  ® 34512      34512® 45123     45123® 51234      51234 ® 12345

Un definizione più complessa riguarda l’operazione prodotto: se si moltiplicano due qualsiasi delle permutazioni di questo gruppo, si trova ancora una permutazione del gruppo. Strutturalmente è questa proprietà che rende prioritario questo piccolo sistema nelle due strutture, entrambe regolate dal prodotto permutativo.

4-L’influenza della parola inclusa matti

Si sarà forse accorto il lettore che non ho discusso l’eventuale influenza intralinguistica della parola inclusa “matti”. Un processo molto astratto sembra giustificare, in effetti, la significatività di questa parola, e riguarda la stessa conclusione testuale. Per comprendere questo processo è utile riferirsi a questo piccolo sistema di flussi:


 

Nella conclusione l’identità T12=UV vincola “una voce” a “invidiare quelli”. La stessa identità, però, riguarda la permutazione P2=15423 che ha origine da “ogni mattina” (essa sostiene anche il calcolo di pag. 21)[8], sintagma che, appunto, include “matti”, ciò che implica, nel campo ordinale astratto, “matti” in “una voce”. È difficile, dal punto di vista di questo calcolo, poter sostenere con sicurezza l’influenza reale della parola “matti”, trattandosi di un vincolo ordinale mantenuto a grande distanza. Ciò che colpisce, però, è l’imponenza del sistema permutativo dell’anagramma P, che include all’origine questa parola. Anche la permutazione P4, con l’identità P4=T1, rinvia a “una voce”, ciò che crea un doppio legame (P2=T21; P4=T1) tra “matti” e il bizzarro grido “uh!”; anche l’identità W2UV=P1, un processo permutativo ascendente, rinvia a questo possibile legame tra la conclusione e l’anagramma P. Secondo questo flusso, il grido – come evento conclusivo - è dunque iperdeterminato e rappresenta la follia stessa della metafora sottesa da quel grido - amore e morte – che si svolge nel simbolico viaggio del giorno.

5-La lettera di Calvino[9]

                                                                              Roma, 29 novembre 1982

Caro Sasso,

ho tardato a risponderLe, dapprima perché rimandavo la lettura dei Suoi lavori, un po’ intimorito dagli aspetti tecnici della Sua ricerca, poi – dopo esserci entrato e volendone discutere con Lei – non trovando mai il tempo di esternare i miei pensieri in una lettera.

Ecco dunque: arrivare attraverso le catene permutative a isolare dei nuclei semantici che circolano per il testo mi pare un procedimento di grande interesse, sia se il risultato è quello di conferma del significato palese del testo (perché in questo caso viene provata la coerenza delle scelte lessicali e successioni foniche con il tema) sia se fa emergere un significato nascosto meno evidente (in questo caso viene tentata un’esplorazione dell’inconscio del testo).

L’analisi dell’Infinito è la più ricca e persuasiva, e anche se il risultato appartiene alla prima categoria non è solo tautologico, perché rivela i due poli e la circolarità.

Come metodo, il dattiloscritto Tre strutture mi pare segni uno sviluppo di rigore rispetto al volume feltrinelliano, in quanto ora lei parte dal puro censimento delle permutazioni per arrivare al semantico, mentre nel volume si partiva da un primo esame semantico per poi ricercare gli anagrammi e tornare al semantico, insomma un procedimento un po’ oscillante, che lasciava adito al sospetto che si cercasse quello che si voleva trovare. (la parola “sperma” nel mottetto di Montale Lo sai è un’idea più suggestiva che convincente). In questo senso l’uso del calcolatore è decisivo come punto di partenza per la sua neutralità oggettiva. Per quanto poi quando si tratta di tirare le fila semantiche sarà sempre un preorientamento della nostra lettura critica a orientare l’interpretazione del materiale.

Quanto all’analisi dei miei due testi, trovo interessante e convincente soprattutto quella del secondo, anche perché è un testo che sento si presta più dell’altro, in quanto non potrei aggiungere né togliere nulla, né sostituire. Naturalmente questa è solo una sensazione soggettiva d’autore, in quanto posso domandarmi se nel primo pezzo la prima frase, con quell’elenco di generiche meraviglie, non avrei potuto scriverla tutta diversa, nel qual caso il Suo calcolo sarebbe tutto da rifare, pur restando il significato e il valore del testo uguale. Almeno così mi pare, mentre dalla seconda frase in poi sento ogni parola e immagine come necessaria. Da questo Lei vede come la lettura dei Suoi lavori ha su di me quest’effetto secondario: pensando che i miei testi possono essere sottoposti ad un’analisi del Suo tipo, sono portato a vedere meglio cosa in ognuno di essi c’è d’insostituibile e cosa d’arbitrario. A cominciare dai nomi femminili delle città, che in molti casi durante la composizione del libro hanno girato da un testo all’altro, e ogni cambiamento d’un nome provocava una serie di spostamenti. Ma forse era pur sempre una ragione di pertinenza fonetica che finiva per fissare quel dato nome su quella data “citta”: e la Sua indagine punta proprio sui criteri inconsci di queste scelte. Forse, anche dove credo d’aver ammucchiato delle immagini caotiche per creare un certo effetto generale, seguivo un pattern ben motivato che solo le strutture anagrammatiche possono rivelare.

Altra osservazione: che vissuto sia la parola chiave mi pare convincente, ma il nato-nate (idea in sé molto suggestiva) mi pare una serie troppo frequente nella lingua italiana per assumere una rilevanza significativa.

La frequenza statistica delle permutazioni credo dovrebbe essere un dato preliminare. Il rango serve a valutare la probabilità assoluta della permutazione, ma c’è anche la probabilità relativa che conta, all’interno delle costanti stilistiche dell’autore e all’interno della lingua del suo tempo nel complesso.

Molto opportunamente nel volume Lei fa una statistica della frequenza di ripa-ripe in Montale. Bisognerebbe però rapportarla alla frequenza di ripa-ripe nell’italiano poetico e nell’italiano medio (giornali etc.).

Resta una mia perplessità di fondo sugli anagrammi e su tutta la problematica anagrammatica in corso da quando sono stati riscoperti gli studi del Saussure. L’anagramma è una permutazione di segni acustici o di segni visuali? In altre parole, qual è il valore delle lettere dell’alfabeto? Si potrebbe dire che la lettura d’una poesia coinvolge contemporaneamente una percezione visiva e una percezione auditiva “pensata”, ma le stesse catene di segni visivi nelle varie lingue risvegliano immagini auditive diverse, o meglio è il rapporto segno-suono che cambia. In italiano c’è una corrispondenza abbastanza regolare tra lettere e suoni, e anche in tedesco, in russo, in spagnolo, ma in francese le cose si complicano e in inglese il rapporto è quanto mai labile. E anche in italiano, a pensarci bene… I due suoni della “c” sono una stessa lettera? E un toscano che ha tre suoni perché, certo leggendo anche mentalmente, certe “c” le aspira e altre no? Leggendo Petrarca dobbiamo considerare certe “c” come aspirate? E questo non è che un caso tra i tanti. Pensi alle vocali aperte e chiuse che noi settentrionali non sappiamo distinguere.

A scrivere un articolo per Repubblica ci ho pensato, centrandolo sull’Infinito, anzi mi sono informato sulla possibilità di riprodurre uno degli schemi, perché così risveglierebbe la curiosità, ma non hanno saputo garantirmelo. Il mio problema con gli articoli di Repubblica e che li faccio con grande fatica, e quando ho un argomento più difficile degli altri (come qui proprio solo per dare un’informazione critica) finisco per rimandare e dare la [precedenza] a temi che posso sbrigare con più disinvoltura. Ma spero di trovare il tempo di farlo senza tardare troppo.

Intanto Le sarò grato se mi terrà al corrente, perdonando i miei ritardi epistolari. Il Suo lavoro mi pare prometta sviluppi straordinari. E capisco il Suo stato d’animo di solitudine per avere in mano un filone di scoperte che avanzano velocemente mentre la possibilità di scambiare esperienze è limitata dalla tecnicità sempre più sofisticata e dalla scarsa ricettività degli ambienti letterari italiani… (mentre all’estero dove si fanno studi affini nessuno legge l’italiano…)

Un precursore inaspettato degli studi sulle permutazioni alfabetiche come strumento di poetica è R.L. Stevenson. Ho letto il saggio On Some Technical Elements of Style in Literature. (È compreso nel recente volume stevensoniano dei Meridiani Mondadori).


Con i più cordiali ringraziamenti e saluti

 

[1] Ecco le parole che, in questo testo, includono la serie nato-nata-nate-nati. Per nato: accennato (1), combinatorio (5), destinato (1), originato (2), determinato (1), selezionato (1); per nata: determinata (4), originata (3), incarnata (4); per nate: unateoria (2), unatensione (3), incarnate (1), ordinate (1); per nati: accomunati (1), originati (1). Si tratta, in totale, di 31 occorrenze, su in testo di circa 93300 caratteri, con una frequenza di 1/3000; nel brano di Calvino si hanno 4 occorrenze su 563 caratteri, con una frequenza di 1/140, cioè circa 21 volte maggiore.

[2] Gli anagrammi completi del testo, per R³3  sono circa 500, ciò che rende bene l’idea della ricchezza combinatoria di una testo, anche breve come questo.
[3] Lakoff, G., e Johnson, M., Elementi di linguistica cognitiva,  a cura di M. Casonato e M. Cervi, QuattroVenti, Urbino, 1998.
[4] Cacciari, C., Teorie della metafora, Raffaello Cortina, Milano, 1991.
[5] L’anagramma E è esprimibile con ben quattro notazioni permutative, come spiego nelle note finali: di queste la prima, E1, interviene in questo calcolo, mentre altre intervengono a sostenere altri processi d’identità.

[6] Nelle identità della struttura, le notazioni di tipo H12, H21, N12, ecc., indicano i prodotti interni di quegli anagrammi che, come nel caso dell’anagramma B trattato a pag.19, sono esprimibili con due permutazioni, B1 e B2. H12 indica, per l’anagramma H, il prodotto H1H2, e H21 il prodotto H2H1; e similmente si ha per gli altri casi. Il prodotto interno di un anagramma con due notazioni permutative è una proprietà astratta del controllo articolatorio, che unifica l’ambiguità delle due permutazioni, e dal punto di vista teorico deriva dalle proprietà combinatorie, più generali, unificabili dal prodotto permutativo.

 In questa struttura, come in quella seguente, gli anagrammi degli schemi precedenti sono indicati da lettere diverse.

[7] In parentesi “d” indica la distanza, in lettere, tra le identità; il numero che la precede, 1 o 2, se l’identità riguarda la prima o la seconda permutazione dell’intorno.

[8] In quel calcolo P era rappresentato dalla lettera E.
[9] La lettera è pubblicata nella raccolta delle lettere edita nei Meridiani da Mondatori .